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Una marcia non violenta per rimpatriare i profughi palestinesi

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"Esistono risoluzioni internazionali sul diritto al ritorno dei rifugiati, in particolare la risoluzione 194, e la decisione ora è nelle mani dei rifugiati che eserciteranno il loro diritto al ritorno in modo pacifico quando lo vorranno".

Di Ali Adam. The New Arab (2/03/2018).

“La guerra del ‘48 è finita settanta anni fa e non c’è nessuna ragione che impedisca ai rifugiati il ritorno alle loro case”.
Questo è quanto dichiarano gli organizzatori di “The Great Return March”, un gruppo inteso a organizzare marce pacifiche verso Israele per il rimpatrio dei profughi palestinesi e che promuove la soluzione a uno Stato.

La data probabile per la marcia è il 15 maggio – il giorno della Nakba – commemorata ogni anno da migliaia di palestinesi.

La marcia arriva in un momento in cui molti palestinesi credono che ci sia un piano israelo-americano per liquidare l’intera causa – iniziato con il riconoscimento degli Stati Uniti di Gerusalemme capitale di Israele – togliendo lo status della città dal tavolo delle trattative. La nuova ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme è prevista per il mese di maggio e il principe del Regno Unito William, Paese che con la Dichiarazione di Balfour ha indirettamente portato alla creazione dello stato di Israele, dovrebbe visitare la regione all’inizio dell’estate. Inoltre, a preoccupare i rifugiati palestinesi è il recente assalto lanciato all’UNRWA dall’amministrazione Trump, che minaccia l’unica linea di vita dei rifugiati: l’organizzazione fornisce i beni di prima necessità tra cui cibo, istruzione e servizi sanitari.

L’idea di una “marcia di ritorno” non è nuova. Ha avuto origine nel maggio 2011, sulla scia della Primavera araba, ed è stata recentemente ripresa da un gruppo di attivisti palestinesi di Gaza, guadagnando un notevole sostegno a livello regionale.

Gli organizzatori stanno cercando di radunare centinaia di migliaia di profughi palestinesi in diversi sit-in vicino ai confini israeliani, per poi far partire marce pacifiche verso la terra da cui sono stati espulsi all’interno di Israele.

Diverse fazioni politiche palestinesi e gruppi civili hanno già espresso il loro sostegno ma una delle principali sfide per il movimento è mantenere la sua visione e natura popolare, apolitica e apartitica.

Il mese scorso, attivisti della gioventù hanno invitato gli utenti dei social media a partecipare alla creazione di tende, simbolo della situazione dei rifugiati, vicino ai confini in preparazione della marcia.

“Centinaia di migliaia di palestinesi in Cisgiordania si recano quotidianamente in Israele per lavorare lì e lo stesso accadeva a Gaza prima dell’anno 2000. I palestinesi interagiscono e lavorano con gli israeliani normalmente e pacificamente. Ciò significa che la soluzione a uno Stato è possibile”, dichiara Ahmed Abu Irtema, rappresentante del gruppo “The Great Return March”.

I leader israeliani hanno a lungo temuto l’idea di una soluzione a uno stato e la perdita potenziale della maggioranza demografica ebraica del paese. Nonostante il rifiuto israeliano della soluzione dei due stati e la continuazione della costruzione degli insediamenti, i leader israeliani hanno ripetutamente avvertito i funzionari dell’Autorità palestinese di non parlare nemmeno della soluzione a uno stato.

In un’intervista ad Al-Ghad a dicembre, Mohammed Dahlan, un ex alto funzionario con sede negli Emirati Arabi Uniti, ha dichiarato: “Israele esorta i funzionari palestinesi a non parlare della soluzione a uno stato, lo ha fatto anche con me.”

John Kerry, ex segretario di stato americano, parlando a una conferenza a Dubai l’anno scorso, ha accusato la leadership israeliana per l’assenza di un accordo di pace tra israeliani e palestinesi. “Questa non è leadership”, ha dichiarato.

La prospettiva della Grande Marcia di Ritorno è negativa per Israele, poiché se vorrà fermarla dovrà rispondere con la forza militare a una marcia pacifica; uno scenario che costerà molto a Israele in un modo che l’influenzerà Israele.

Zalman Shoval, ex ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, ha scritto in un articolo del 2016: “In effetti, lo scenario da incubo in cui migliaia di residenti di Gaza sfidano la barriera di sicurezza, richiederebbe una risposta militare che potrebbe causare una reazione a catena in direzioni estremamente indesiderabili. ”

Allo stesso modo, Yossi Melman, giornalista e scrittore israeliano specializzato in affari di sicurezza in Israele, sul Jerusalem Post nel 2015 ha detto: “I tentativi di superare la barriera sono scenari da incubo per l’establishment della difesa. Che succederà se migliaia di palestinesi marceranno sulla recinzione, abbattendoli e continuando la loro marcia verso Israele? Risponderemo con una sparatoria che porterà a un massacro? ”

Abu Irtema ha concluso: “In definitiva, se Israele ha scelto di abbandonare le sue politiche razziste e ha iniziato a vivere secondo i valori e le norme democratiche, dando a tutti i suoi cittadini, palestinesi e israeliani, i pieni diritti, questa decisione trionferà non solo perché è la decisione morale, ma anche perché si inserirà nell’attuale era dei diritti umani e del diritto internazionale “.

Ali Adam è un giornalista e ricercatore esperto del conflitto israelo-palestinese

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