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Una marcia per la giustizia in Turchia

Bandiera Turchia
Non ci si aspettano miracoli improvvisi, ma di certo la Turchia non è la stessa dopo la marcia del CHP

Di Semih İdiz. Hurriyet Daily News (11/07/2017). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Nessuno si aspetta che un miracolo accada dal giorno alla notte dopo la marcia di 432 km da Ankara ad Istanbul ad opera del principale partito di opposizione turco – il Partito Repubblicano del Popolo (CHP) di Kemal Kılıçdaroğlu – in segno di protesta contro le pessime condizioni in cui versa la giustizia in Turchia.

Tuttavia, Kılıçdaroğlu ha riaccesola speranza in milioni di turchi, profondamente preoccupati dal rapido degenerare del loro sistema democratico e secolare, nonché dalle lampanti ingiustizie di cui sono testimoni.

E’ stato l’arresto e la condanna a 25 anni di carcere di Enis Berberoğlu, ex giornalista e vice leader del CHP, a scatenare questa lunga marcia per la giustizia. Il caso di Berberoğlu sembra essere l’ultimo di una lunga serie.

Per non infangare la marcia di politiche di partito, Kılıçdaroğlu ha insistito sul fatto che non ci dovesse essere alcun riferimento alle varie affiliazioni politiche. Erano solo permessi cartelloni con la scritta adalet” (giustizia), bandiere turche e foto di Ataturk, fondatore della repubblica secolare. Un chiaro segnale che ha allargato il bacino dei cittadini partecipanti alla marcia.

Dopo il risultato del referendum dello scorso 16 aprile, che ha catapultato il Paese in un sistema presidenziale esecutivo, si è diffusa un’atmosfera di avvilimento tra molti Turchi. Con decine di migliaia di persone licenziate, e in molti casi incarcerate, spesso dietro la debole accusa di aver sostenuto il tentato golpe del luglio 2016, un generale sentimento di rassegnazione è predominante, marcato dalla convinzione che la deriva autoritaria era inevitabile.

Eppure Kılıçdaroğlu ha mostrato che nulla è impossibile. Centinaia di migliaia di turchi hanno dimostrato che gran parte della popolazione non è pronta ad accettare quello che sta succedendo oggi in Turchia.

La prova del successo di questa marcia è la rabbia con cui Erdoğan e il suo Partito Giustizia e Sviluppo (AKP) hanno reagito. Con tattiche già note, hanno colpito sotto la cintola, arrivando ad accusare di “terrorismo” le migliaia di persone in sostegno alla marcia. Per farla breve, il governo è stato colto del tutto di sorpresa da questo atto di protesta di Kılıçdaroğlu. E’ chiaro che se Ankara fosse intervenuta per fermare una marcia pacifica sarebbe stato peggio, non solo attirandosi contro un buon numero di turchi, ma anche l’attenzione della stampa internazionale.

Di nuovo, non ci si aspetta che accada un miracolo dal giorno alla notte. Tuttavia, è chiaro che la Turchia non è più la stessa dopo la marcia. Erdoğan e il suo AKP non dormono più sonni tranquilli. Soprattutto se si pensa che, nonostante le varie macchinazioni anti-democratiche, il referendum è stato vinto con un margine davvero sottile.

Semih İdiz è un giornalista turco che da anni si occupa di politica estera e diplomazia turca.

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Redazione

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