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Il mantello di Daesh a Manbij

Siria

Di Basheer al-Baker. Al Araby al-Jadeed (19/08/2016). Traduzione e sintesi di Chiara Avanzato

Le immagini delle donne di Manbij che festeggiano la libertà ritrovata sono l’emblema della rinascita di una città che ha vissuto per quasi due anni l’incubo di Daesh (ISIS). Quelle donne fotografate mentre bruciano i loro burqa neri e fumano, le stesse donne che Daesh ha usato come scudo umano durante la fuga, rappresentano ciò che i siriani dei luoghi ancora assediati attendono da tempo: poter gioire come uccelli fatti uscire dalla loro gabbia.

Lungi dal sospetto che si tratti di immagini architettate ad hoc, le foto scattate a Manbij ritraggono quei siriani che si sono ribellati a Bashar al-Assad nel 2011 e che non hanno smesso di sperare nella libertà, raccontano la spontaneità con la quale hanno reagito alla fine della dominazione brutale ed esprimono la gioia della loro vittoria. Manbij ha sconfitto la belva che ha divorato la rivoluzione proprio quando quest’ultima stava divampando, predominante, sul territorio siriano. La ferocia di Daesh rimane però ancora imbattuta in numerose aree di quel territorio siriano, le stesse che l’Esercito Siriano Libero (ESL) aveva liberato e che stavano costituendosi come roccheforti della rivoluzione, Manbij e Raqqa tra queste. Proprio la città di Raqqa, dichiarata da Daesh sua capitale, è stata la prima tappa del percorso di repressione della rivoluzione e di imposizione della legge del Califfato, proseguito poi verso Deir ez-Zor, Hasakah, la campagna di Aleppo, Palmira e perfino la campagna di Damasco e Qalamoun.

Ciò che spiega la gioia della gente di Manbij per la fuga di Daesh dalla città è il modello di criminalità che questo rappresenta, una criminalità che non conosce precedenti nella storia, neppure fra le dittature più spietate, e che ha colpito indistintamente tutte le frange della società. Ardere persone vive, giustiziare bambini, lapidare donne, distruggere chiese, uccidere viaggiatori innocenti negli aeroporti sono le azioni criminali di cui gli uomini del sedicente Stato Islamico si sono macchiati. Mischiare le carte politiche, fare da copertura a chi necessitava di una scusa per giustificare il fatto di non aver preso posizione, come gli Stati Uniti e l’Europa, agevolare interventi militari mirati a preservare il regime, come quello della Russia che da circa un anno combatte apparentemente Daesh ma l’ESL e i civili nella realtà, sono tra gli effetti di tali azioni criminali.

Vi sono poi delle immagini che non hanno raggiunto i media, ma che hanno lasciato delle tracce sul web. Si tratta di immagini relative alle operazioni messe in atto dal regime allo scopo di ingrossare le fila siriane contro l’opposizione: cittadini capaci o incapaci di combattere, sostenitori o oppositori del regime, vengono quotidianamente fermati a Damasco e spediti a combattere ai fronti. Posti davanti a nessuna reale alternativa, le famiglie siriane si trovano costrette a mandare illecitamente i figli all’estero per sottrarli a una morte sicura in battaglia.

Basheer al-Baker è uno scrittore e poeta siriano, vice redattore capo di Al-Araby al-Jadeed.

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