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Mali: la crisi viene anche dalla Libia

Di Charles Bako. Afrik (09/11/2014). Traduzione e sintesi di Carlotta Caldonazzo

Nel Nord del Mali tornano a registrarsi i disordini provocati dalle milizie armate, ma come di frequente nessuno pensa seriamente al disarmo. Anzi, la Francia ha rafforzato il suo contingente nel paese e qualche settimana fa ha lanciato in tutto il Sahel l’operazione Barkhane. In un’intervista al sito di informazione Afrik, il portavoce del Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad (Mnla), Mossa Ag Attaher, spiega il fenomeno come conseguenza del fallimento delle trattative tra le forze in campo ma anche del caos libico, che favorisce la diffusione di armi in tutta la regione.

Un problema politico che dura da oltre cinquant’anni, spiega Attaher, e che necessita di una soluzione condivisa e duratura, in grado di tener conto delle rivendicazioni della popolazione dell’Azawad. Tuttavia, come ha dimostrato l’ultimo round di concertazioni intermaliane di Algeri, il problema è convincere Bamako della necessità della partecipazione dei gruppi armati ai colloqui di pace. In caso contrario il governo del Mali continuerà ad affrontare il problema sul piano militare, prendendo di mira i sintomi piuttosto che le cause. Qualsiasi cessate il fuoco, sottolinea Attaher, deve avere come perno clausole politiche, poiché “la via d’uscita dalla crisi è ormai l’Azawad”. L’autonomia non si può escludere a priori.

Gli ostacoli a un simile cambiamento di prospettiva non mancano. Non è solo Bamako ad affrontare la questione come un problema di sicurezza e ordine pubblico. Lo dimostra la reazione di Parigi, che ha mandato altre truppe nella regione e ha lanciato l’operazione Barkhane. Non a caso inoltre i colloqui di pace si svolgono ad Algeri, capitale di un paese che nel conflitto in Mali e nell’instabilità della Libia vede principalmente una minaccia alla propria sicurezza, data la spiccata porosità dei confini nel deserto (confini artificiali, eredità dell’era coloniale). È stato nel proprio interesse infatti che Algeri ha preso le redini della mediazione.

Vale la pena osservare che un vertice regionale sul Mali si è tenuto il 5 e 6 novembre a Niamey e che vi hanno preso parte, oltre al Niger, rappresentanti di Algeria, Mauritania e del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Argomento, cooperazione militare e coordinazione tra le rispettive intelligence allo scopo di mantenere sicurezza e stabilità nella regione. Alla cerimonia d’apertura, il generale maggiore Seyni Garba, comandante dell’esercito nigerino, ha focalizzato l’attenzione sul “peggioramento della situazione” dovuto agli “attacchi sempre più numerosi in Mali contro postazioni della missione Onu di sostegno al Mali” (Minusma). Conclusione, è necessario rafforzare la collaborazione tra truppe francesi, truppe Onu e autorità maliane per scongiurare l’incubo del terrorismo islamico.

Probabilmente la soluzione del conflitto in Mali, come quella di molti altri conflitti, sarà considerata più realizzabile quando il problema principale degli organismi sovranazionali non sarà mantenere il conflitto lontano dal “mondo sviluppato”, ma risolverlo alla radice. Quando rispetto all’intesa tra le intelligence si attribuirà maggior rilevanza alla giustizia sociale, o almeno al diritto all’alimentazione. Quando si smetterà quindi di considerare i paesi che da pochi decenni si sono affrancati dal colonialismo come se ancora fossero colonie di sfruttamento.

Charles Bako è corrispondente di Afrik in Mali.

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Carlotta Caldonazzo

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