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Lo spostamento della rivoluzione siriana nel nord del paese

La rivoluzione siriana è ormai confinata nel cosiddetto “Nord Siriano Liberato”. A cosa corrisponde davvero questa zona? Quali sono le dinamiche che hanno portato a questo spostamento?  La strategia di Assad da un lato e quella di Erdogan dall’altro, hanno portato al confinamento dei ribelli e di milioni di civili in una striscia di territorio confinante con la Turchia che ci ricorda oggi un’altra striscia famosa nella regione: la striscia di Gaza

di Khadija Jafar, al-Araby al-Jadid, (17/04/2020).  Traduzione e sintesi di Francesca Paolini

Nulla è più ingannevole per i rivoluzionari siriani dell’espressione “Nord Siriano Liberato”. A differenza di quel che si credeva, il nord qui in questione non è più Idlib; dopo gli attacchi terrestri delle forze di Assad e i bombardamenti aerei russi che hanno colpito la provincia lo scorso dicembre, il regime è riuscito a riconquistare la parte orientale e quella meridionale di Idlib, mentre le zone sotto il controllo dei rivoluzionari sono sul punto di cadere. Continua nel frattempo inarrestabile la tirannia aerea russa mentre il colore rosso continua a sostituire quello verde della rivoluzione che si sposta lungo una striscia confinante con la Turchia, l’unica zona esente dai bombardamenti russi e dagli attacchi del regime. Tre sono gli eventi che hanno contribuito allo spostamento della rivoluzione siriana verso questa striscia.

Primo tra questi il dislocamento di civili e di combattenti verso il nord della Siria, risultato della strategia del regime di Assad adottata nel 2014 e rafforzatasi negli anni seguenti. Iniziando da Homs, le enclavi dei rivoluzionari, isolate tra loro e bombardate l’una dopo l’altra, sono tornate sotto il controllo del regime, stipulando con questo accordi di riconciliazione e di dislocamento di civili e combattenti verso il confine settentrionale. Queste operazioni si sono rafforzate dal 2016 e susseguitesi fino al 2018, iniziando dal dislocamento dalla città di Dariya, poi dal  Ghouta occidentale, da Aleppo, da Wadi Barada, da Zabadani e dal Ghouta orientale a marzo 2018. In quello stesso anno tutte le piccole enclavi rivoluzionarie erano state ormai dislocate, tutte ad eccezione di Idlib.

Il secondo evento fondamentale è rappresentato dall’operazione militare turca “Scudo dell’Eufrate (agosto 2016/ marzo 2017), seguita poi dall’operazione “Ramo d’Ulivo (gennaio 2018) e “Fonte di Pace” (ottobre 2019). Sebbene suddiviso in tre fasi, l’intervento turco supportato dalle fazioni siriane rivoluzionarie, ha un unico scopo: sottrarre il nord della Siria al controllo delle Forze Democratiche Siriane (FDS), che lo avevano sottratto al controllo dello  Stato Islamico, sconfiggendo quest’ultimo con il supporto statunitense. Con l’operazione “Scudo dell’Eufrate” la Turchia e i rivoluzionari siriani cacciano da alcune città settentrionali le FDS, ma mentre il colore verde della rivoluzione si diffondeva nel nord, scompariva nel sud e nel centro del paese dove gli “autobus verdi”erano pronti a lasciare le enclavi rivoluzionarie sconfitte, dirigendosi verso il nord, nelle città di  Jarblous, al-Bab e Afrine.

L’ultimo evento decisivo è stato il bombardamento continuo su Idlib e l’uccisione sul campo dei rivoluzionari da parte delle milizie di Assad, che hanno riconquistato il sud della provincia.  Il bombardamento iniziato nel 2017 e continuato lentamente fino al 2019, è stato rafforzato lo scorso dicembre, quando Assad e i suoi alleati russi hanno annunciato “la grande battaglia di Idlib”, che ha provocato una massiccia ondata di migrazioni verso il nord;  un milione sono stati gli sfollati secondo le stime delle Nazioni Unite. La Turchia ha cercato di fermare questa grande operazione venendo in sostegno dei suoi alleati sul campo penetrando ad Idlib, ma lo scorso febbraio 36 soldati turchi sono stati uccisi. Putin ed Erdogan sono quindi giunti all’inizio di marzo ad un accordo per il cessate il fuoco. Non sappiamo se questo sarà rispettato o se seguirà lo stesso destino dell’accordo di Soshi.

“Il Nord Siriano Liberato” non è quindi Idlib, bensì quella striscia confinante con la Turchia che le forze turche e le milizie rivoluzionarie hanno liberato a partire dal 2016 per raggiungere un duplice obiettivo: impedire ai nazionalisti curdi di creare un’entità simile a uno Stato ai confini con la Turchia e assorbire il crescente numero di sfollati siriani. Questa parte di territorio ci ricorda un’altra molto simile: la striscia di Gaza. Il nord della Siria ci ricorda oggi che cacciare gli abitanti dalle proprie terre e sottrarre queste ai proprietari, sdradicandoli e spostandoli in una linea di confine, non è una prerogativa israeliana ma è un approccio ben preciso che può essere perpetuato anche dalla Siria di Assad, come dalla Russia o dall’Iran.

Khadija Jafar  è una scrittrice egiziana e ricercatrice in filosofia.

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Redazione

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