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ll vincitore del Goncourt 2012 e il suo amore per Hallaj e Ibn Arabi

jerome ferraridi Shakir Nouri (Asharq AlAwsat 24/02/2013). Traduzione e sintesi di Claudia Avolio.

A Jerome Ferrari è andato quest’anno (2012) il prestigioso premio letterario francese Goncourt. Con questo riconoscimento il suo Sermone sulla caduta di Roma potrà raggiungere la vendita di qualcosa come 500 mila copie in poco tempo. Nato nel 1968 in Corsica, Ferrari ha studiato filosofia presso il liceo internazionale Alexander Dumas in Algeria per quattro anni e si è poi trasferito ad Abu Dhabi dove insegna filosofia al liceo Louis Massignon. Nel suo romanzo Sermone sulla caduta di Roma, degli studenti di filosofia a Parigi decidono di tornare al loro piccolo paese in Corsica, con l’intenzione di trasformare questo mondo nel migliore dei mondi possibili, in linea col pensiero del filosofo Leibniz. Seguiamo perciò il destino di questo villaggio corso attraverso la realtà di un bar che i due amici scelgono di rilevare dal nonno di uno dei due, e al contempo tramite lo sguardo di Sant’Agostino, citato nel romanzo.

Jerome Ferrari è stato molto influenzato dalla personalità di Sant’Agostino durante la sua permanenza in Algeria. Lo stesso Agostino aveva discendenze Amazigh ed era nato a Tagaste (oggi Souk Ahras, Algeria) nel 354. Fondò un monastero e divenne presbitero nella regione di Hiboun (oggi Annaba, Algeria), tenendo più di 350 sermoni. Nel romanzo Jerome Ferrari discute di questioni fondamentali come la purezza di spirito, il fallimento e la delusione. L’ispirazione giuntagli dalla lettura di un sermone di Sant’Agostino gli ha dato la spinta a continuare a scrivere il suo romanzo che aveva per titolo iniziale “I mondi”. Sul perché lo scrittore abbia scelto la forma del romanzo, nonostante il suo vivo interesse per la filosofia, Ferrari replica che per lui “la filosofia non risponde più alla domanda che preoccupa gli esseri umani: Cos’è il mondo? Mentre il romanzo risponde alla domanda semplicemente perché ha gli strumenti per farlo, e soprattutto è una narrativa piena di vita, non fatta di concetti astratti”. Ad ogni modo per l’autore “non c’è una separazione tra questioni filosofiche e letterarie, ma il romanzo è in grado di affrontare i problemi del nostro tempo meglio di altre forme espressive”.

L’ambientazione di Sermone sulla caduta di Roma, quella di un bar, è per Ferrari “un affascinante microcosmo, soprattutto in Corsica, dove incontri persone di ogni etnia e lingua, passanti, turisti, dalle campagne e dalle città, dove musica tradizionale e moderna si fondono: è una fonte di fiabe per un romanziere”. Per Jerome Ferrari il periodo trascorso in Algeria è tuttora uno dei ricordi più belli della sua vita. Rivela perdipiù che “tutti i miei romanzi portano con sé qualcosa dell’Algeria e della cultura araba e uno di essi, “Dove ho lasciato la mia anima”, è tutto incentrato sulla guerra algerina. In Sermone sulla caduta di Roma c’è un personaggio femminile arabo, Hayet l’immigrata clandestina. Questa è la realtà del paesino corso: somiglia alle città cosmopolite dove ogni etnia e nazionalità possono incontrarsi”. Jerome Ferrari rivela poi il suo amore per i poeti sufi, scoperti grazie a delle traduzioni, soprattutto di Hallaj e Ibn Arabi. L’egiziano Naguib Mahfouz, il libanese Amin Maalouf e il marocchino Tahar Ben Jelloun sono poi autori arabi che lo scrittore apprezza molto. Vivendo ad Abu Dhabi, l’autore sente che forse l’atmosfera degli Emirati, in cui etnie e lingue coesistono pacificamente, può averlo ispirato nel suo personale modo di scrivere.

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Claudia Avolio

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