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L’istruzione contro il pensiero estremista

Di Fatima al-Sayegh. Al-Bayan (07/12/2014). Traduzione e sintesi di Marianna Barberio.

L’istruzione gioca un ruolo importante nella formazione di una società o di uno Stato, soprattutto quando influenza le scelte politiche, economiche o sociali. Oggi parlare di educazione o revisione del sistema scolastico nel mondo arabo genera discussioni e dibattiti soprattutto quando l’estremismo o il terrorismo vi hanno preso il sopravvento.

L’estremismo si è radicato in tutti i settori della società non solo a livello locale ma anche globale, e questo spinge ad una cooperazione internazionale. Tuttavia, se per certi aspetti il tipo di formazione tradizionale ha influenzato la diffusione di un pensiero estremista, non tutti condividono tale legame storico. Basta notare l’affluenza di combattenti stranieri che vanno a riempire le schiere di organizzazioni terroristiche in Medio Oriente, e predicano idee radicali e terrificanti, la cui formazione proviene proprio dai cosiddetti “Paesi all’avanguardia”.

Diviene allora fondamentale revisionare il sistema scolastico e purificarlo dal passato. Un’operazione non nuova agli arabi, in particolare ai Paesi del Golfo. Qui, infatti, il processo di riorganizzazione del sistema educativo era iniziato già prima dell’11 settembre 2001 quando si manifestarono i primi segni di squilibrio sociale che andavano ad intaccare il mercato del lavoro, a cui fecero seguito visioni estremiste forgiate dall’idea di un Islam unitario.

Tali sforzi però non hanno ottenuto l’esito desiderato: gli avvenimenti del XXI secolo hanno portato all’aumento del livello di disoccupazione e ad un maggiore radicamento del pensiero fondamentalista.

Diversi sono i fattori che generano ideali estremisti, tra cui lo sgretolamento dell’identità nazionale, la polarizzazione all’interno di scuole e università, la disoccupazione e l’assenza di giustizia sociale. Proprio gli istituti di apprendimento, e sopratutto le università, divengono luoghi ideali di propaganda all’odio e alla violenza.

Secondo gli esperti è necessaria prima di tutto una collaborazione tra varie associazioni di sicurezza, sociali, culturali e religiose locali e internazionali per combattere concretamente e in modo efficace il radicalismo.

In secondo luogo bisogna puntare sui giovani. La scarsa autostima tra le nuove generazioni diventa un altro sintomo di malessere sociale che sfocia in casi estremi come il terrorismo. Per questo, è importante sviluppare attività culturali propense a diffondere idee di amicizia e solidarietà per accettare il concetto di differenza, e preservare l’equilibrio psicologico rendendo proprio i giovani partecipi del processo decisionale.

Fatima al-Sayegh è docente di Storia all’Università degli Emirati Arabi Uniti e membro del Consiglio Culturale di Dubai.

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Roberta Papaleo

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