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L’islam in Indonesia

Di Nagih Ibrahim. Al-Masry al-Youm (09/07/2014). Traduzione e sintesi di Marco Bailo.

Ho soggiornato per una settimana del mese di Ramadan in Indonesia, dove ho preso una pausa dalla continua lotta politica in Egitto e dai massacri dei musulmani in Iraq, Siria, Yemen e Libia.

Là mi sono sentito come se noi, senza nazioni, fossimo una comunità in conflitto che uccide per niente. Mi sono chiesto: “Perché l’indonesiano è sempre sorridente? E perché l’egiziano, l’iracheno e il libico sono sempre imbronciati? Perché in Indonesia più di sette religioni convivono senza lotte, conflitti e guerre? Perché le moschee, le chiese protestanti e cattoliche e i templi cinesi, molto vicini fra loro, non hanno bisogno di scorte o blindati di questa o quella comunità per non sentire la notizia che qualcuno ha fatto esplodere i santuari di un altro?”

Come invece accade in Iraq fra sunniti e sciiti, dove uno fa esplodere le moschee dell’altro nel momento in cui sono gremite di gente che prega. C’è un gruppo che è arrivato ad assassinare in una moschea uno studioso come Al-Bouti e un gruppo di talebani che ha ucciso i maggiori ulema dell’Afghanistan, fra i quali Burhanuddin Rabbani nel giorno del conseguimento del dottorato sulla shari’a.

Mi sono chiesto: “Come vivono insieme gli indonesiani con tutte queste religioni differenti e con circa 630 lingue locali, pur essendo di comune accordo sulla lingua ufficiale da usare esclusivamente in tutte le occasioni pubbliche? Com’è che nel giorno di riposo migliaia di famiglie vanno al monumento dell’indipendenza, come se ciò che li aggrega e li unisce fosse proprio l’indipendenza del loro Paese?”

Non avevo ancora capito il detto che si riferisce al paradiso: “E giardini folti” (Corano, Sura 78, versetto 16) fino a che in Indonesia non ho visto gli alberi che si intrecciano gli uni agli altri all’infinito, così che li vedi a perdita d’occhio e non vedi la terra alle loro spalle. Se viaggi in treno per sette ore non vedi un punto giallo o desertico perché qualche albero, come per esempio i banani, cresce spontaneamente.

Ho chiesto in che modo l’islam è entrato in Indonesia e mi hanno risposto: “Si tratta della storia dei Nove Santi che raccontiamo ai nostri bambini che tutti conoscono. Questi nove predicatori sono quelli che, dall’idolatria e dal buddismo, portarono l’Indonesia all’islam. Tutti loro vennero da fuori eccetto uno, Sunan Kagabali. Alcuni dei Nove Santi vennero dalla Cina, altri dalla Persia o dalla regione di Hadramawt in Yemen, e diffusero l’islam con mitezza, gentilezza, senza scontrarsi con la cultura della popolazione di quell’epoca”.

Forse in questo vi è una lezione per tutti quelli che vogliono diffondere l’islam con il ferro, il fuoco, le bombe, gli omicidi, le penitenze e la durezza di cuore.

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Roberta Papaleo

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