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L’Islam è eccezionale?

Di Shadi Hamid. The Atlantic (06/06/2016).  Traduzione e sintesi di Chiara Cartia

Per capire i conflitti in Medio Oriente, bisogna tornare al 1924, anno in cui l’ultimo califfato è stato formalmente abolito.

Da quel giorno, si è assistito a una lotta per ristabilire un ordine politico legittimo, il cui problema principale era la religione e il suo ruolo in politica. Da questo punto di vista, i subbugli della Primavera araba e l’ascesa di Daesh sono solo l’iterazione dell’incapacità di risolvere le questioni più elementari su cosa significa essere un cittadino e qual è la definizione di “Stato”. E’ una domanda vecchia ma anche nuova, che un tempo trovava una risposta ma ora non più. L’Islam si distingue per la sua relazione alla politica, particolarità che può esser fatta risalire al momento in cui la religione è stata fondata, nel settimo secolo. L’Islam è diverso. E questa diversità ha delle ricadute profonde per il futuro del Medio Oriente e del mondo intero. Dire che l’Islam- come credo, teologia e pratica- comunica qualcosa che le altre religioni non fanno, è controverso ma “l’eccezione islamica” non è né una cosa buona né una cosa cattiva, “è” e basta. Data questa eccezionalità, era improbabile che il Medio Oriente ricalcasse il modello occidentale-una Riforma seguita dall’Illuminismo in cui la religione è stata spinta a poco poco nell’ambito privato.

Non è un caso che la tradizione cristiana sembri ambivalente sulla legge, il governo e il potere. L’Islam e il Cristianesimo, dopotutto, erano suscettibili di fare cose diverse. La legge serve, almeno in parte, per esporre e punire i peccati e quando Gesù è morto sulla croce, ha liberato l’uomo dal peso del peccato, e quindi dal peso della Legge.

La storia di salvezza del Cristianesimo è una storia di progresso in cui l’umanità è passata attraverso diversi stadi di sviluppo spirituale. Se la salvezza c’è tramite Cristo, lo Stato non ha bisogno di regolare il comportamento privato e pubblico fornendo un ambiente che spinga gli individui a coltivare la virtù e ad essere più fedeli a Cristo. La punizione dei peccati non è più una priorità perché Gesù è morto per i suoi fedeli. All’opposto, nell’Islam la fede e le opere di bene sono strettamente legati. La fede è spesso espressa tramite l’osservanza della legge. Non seguire la legge islamica è un riflesso della mancanza di fede del fedele e del suo rifiuto di sottomettersi a Dio. La salvezza è impossibile senza la Legge. Questo ha delle implicazioni nella natura dello Stato islamico. Se seguire la sharia –ad esempio non bevendo alcool o osservando il digiuno- è una precondizone per la salvezza, allora i leader politici e le figure religiose di riferimento hanno un ruolo nell’incoraggiare il bene e vietare il male, ruolo che hanno svolto in tutto il periodo pre-moderno.

Ma eventi avvenuti 14 secoli fa hanno davvero un peso cosi importante nella situazione attuale? Seì se si pensa al califfo omayyade che ha decapitato il nipote di Muhammad, Hussein, nella Battaglia di Kerbala nel 7imo secolo. Si trattava di un membro della famiglia del profeta, malgrado questo Hussein e tutti i suoi uomini sono stati massacrati e i loro corpi lasciati a marcire per 40 giorni. In fondo la domanda che sorge spontanea è la stessa che ci si pone oggi: Come possono dei Musulmani farsi questo?

L’era dei califfi ben guidati non è durata a lungo ma è stata sostituita da altre “età d’oro” islamiche, come il califfato abbaside che dall’8avo al 13esimo secolo ha conosciuto progressi scientifici, medici e filosofici senza precedenti. Il pietoso stato attuale del Medio Oriente è ancora più difficile da accettare sapendo che per gran parte degli ultimi 14 secoli i Musulmani hanno conosciuto tempi d’oro. Il declino è dovuto forse a un castigo divino?

Con l’avvento del colonialsimo gran parte del mondo musulmano è caduto sotto al controllo diretto e spesso brutale degli Europei. L’indipendenza così difficile da ottenere ha offerto un poco di speranza nel 20esimo secolo ma la promessa del nazionalismo secolare ha deluso e le nazioni giovani sono scivolate nelle dittature. Forse Dio ha punito i Musulmani per essersi allontanati dalla giusta via. Dopotutto, Dio aveva promesso buone nuove a chi avrebbe seguito i suoi ordini e cosi è stato per secoli. I più devoti-il profeta, i suoi compagni hanno goduto di un successo inimmaginabile, conquistando territori dal Nord Africa alla Spagna prova della loro rettitudine. Il che vuol dire che la contrazione dei territori di questi ex-imperi è da addebitare al peccato e alla decadenza. L’impero ottomano ha lanciato una serie di riforme, le “tanzimat” nell’intento di rafforzare e centralizzare lo stato, esacerbare le tendenze autoritarie e indebolire gli uomini di religione. Tra le élite si sono diffuse ideologie secolari _marxist, socialiste, fasciste e liberaliste- ma gli islamici modernisti, precursori degli attuali Islamisti, hanno interpretato il deteriorarsi della regione come una prova dello scontento di Dio, da riconquistare tornando alla purezza dell’Islam primordiale.

I musulmani non sono legati a doppio nodo al momento fondante dell’Islam ma non possono neanche del tutto insabbiarlo. Il profeta Muhammad era un teologo, un politico, un guerriero, un predicatore e un mercante e il creatore di un nuovo Stato. Alcuni studiosi come il sudanese Mahmoud Mohammed Taha hanno cercato di fare una distinzione tra queste eredità del profeta separando il Corano in due messaggi: uno basato sui versi rivelati mentre il profeta stava stabilendo una nuova comunità politica a Medina, con leggi applicabili solo all’Arabia del 7imo secolo, e il secondo messaggio rivelato a Mecca prima dell’emigrazione del profeta a Medina, che abbraccia i  principi eterni dell’Islam da aggiornare a secondo del tempo e del luogo. Queste teorie hanno lottato per guadagnare aderenti nel mondo musulmano: non sono spiegate in modo facile per chi non ha un background di diritto musulmano e per molti musulmani il punto clou dell’Islam è proprio la sua facilità di comprensione e la sua trasparenza, e la nozione che il Corano contenga due messaggi distinti non lo è. La separazione tra religione e politica è la base di qualsiasi società liberale post-illuministica ma il peso della storia dell’Islam rende questo percorso difficile. Con le sfide del colonialismo e del secolarismo e l’avvento della modernità, lo Stato è diventato lo Stato-nazione-centralizzato, elaborato e dominante. Ci sono la burocrazia, gli eserciti e le tecnologie a monitorare i cittadini, tutte cose che gli imperi remoti non avevano. Come può la legge islamica, adatta a un’era pre-moderna, restare rilevante in un periodo in cui i soggetti sono diventati cittadini e in cui la fedeltà alla religione è stata sostituita con la lealtà alla nazione? Questa è una domanda che non trova risposta, non ancora, almeno.

Shadi Hamid è un membro senior del progetto sulle relazioni tra USA e il mondo islamico al Brookings Institution’s Center for Middle East Policy.

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Giusy Regina

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