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L’Iraq tra sciiti, curdi e sunniti

Di Aziz Al-Haj. Elaph (29/05/2014). Traduzione e sintesi di Viviana Schiavo.

Finora non è mai accaduto che la politica irachena fosse così confusa. Questa confusione si riflette anche sui discorsi regionali e internazionali sull’Iraq di oggi. Non è poi tanto inverosimile la proposta di Biden (vice di Obama) di dividere l’Iraq in tre Stati: curdo, sunnita e sciita. Il discorso politico ha perso dal momento in cui ha smesso di essere basato sugli standard politici nazionali e sulle relazioni tra i partiti per diventare un discorso fondato sulle appartenenze settarie ed etniche.

La politica irachena brancola nel buio e l’intera élite politica non è in grado di affrontare le sfide che l’Iraq vive crisi dopo crisi, in una regione colpita dalle guerre e in cui il terrorismo è in aumento. Inoltre, la divisione settaria è stata esacerbata con i massacri di Hawija e Al-Anbar, che potevano e dovevano essere evitati con la saggezza, attraverso l’isolamento degli elementi terroristici che combattono nei gruppi più grandi e forti. Allo stesso tempo, se il governo protegge e abbraccia le milizie sciite, non può avere credibilità nel combattere il terrorismo sunnita di Al-Qaeda.

Se analizziamo gli sviluppi che ci sono stati dalla caduta del regime Baath, vediamo che uno dei principali ostacoli al normale svolgimento della vita politica in Iraq è stata questa alleanza “strategica” tra i partiti curdi e quelli sciiti sotto il nome di alleanza “curdi e sciiti”. Questo nome è sbagliato perché questi partiti non rappresentano tutti gli sciiti. Escludono, infatti, gli apartitici, i laici, i sostenitori di uno stato civile e tutti coloro che si oppongono all’ingerenza degli uomini di religione nelle politiche dello Stato e del governo. Questi partiti sono incompatibili con la democrazia e lo stato civile.

Oggi, nel corso dello scontro sul terzo mandato di al-Maliki tra sostenitori e oppositori, le voci curde democratiche si alzano condannando quello che considerano come il tentativo di alcuni Stati di creare scompiglio nelle relazioni curdo-sciite, in particolare in riferimento al partito sciita Dawa, perno del terzo mandato. Qualunque sia la loro posizione sul terzo mandato, è necessario che sappiano esprimerla in una forma politica pubblica differente, non etnico-confessionale. In altre parole, che dichiarino di sostenere il terzo mandato di Al-Maliki e il suo partito in quanto partiti politici e non in base alla nazionalità o alla confessione.

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Viviana Schiavo

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