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L’impatto dell’attentato a Istanbul sui rifugiati siriani

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Di Haid Haid. Now Lebanon (19/01/2016). Traduzione e sintesi di Cristina Gulfi.

L’attentato che ha colpito uno dei luoghi turistici più famosi di Istanbul in Piazza Sultanahmet il 12 gennaio scorso non fa che aumentare la pressione sui rifugiati siriani, non solo in Turchia ma anche in Germania e nel resto d’Europa. Un siriano ha fatto esplodere una bomba nel quartiere storico, uccidendo 10 persone – per la maggior parte turisti tedeschi – e ferendone altre 15. Gli obiettivi della bomba – due Paesi estremamente generosi nei confronti dei rifugiati siriani – e il legame diretto con la Siria fanno sì che sia quasi impossibile per questi rifugiati non pagare un prezzo molto alto per un errore che non hanno commesso.

È la prima volta che un rifugiato siriano è responsabile di un attentato. Secondo gli ufficiali turchi, l’attentatore era entrato in Turchia dalla Siria ed era stato registrato come rifugiato, il che con molta probabilità accrescerà il timore che Daesh (ISIS) stia sfruttando il programma per i rifugiati per spedire in tutto il mondo cellule dormienti che in futuro compiranno attentati nei Paesi ospite.

Il coinvolgimento di un siriano in questo attentato costituisce una minaccia per i 2 milioni di rifugiati siriani presenti in Turchia. Il Paese è già sotto una grande pressione, sia interna che internazionale, per ridurre il numero di profughi siriani. Per questo, dal marzo 2015 ha chiuso tutti i confini con la Siria e dalla settimana scorsa ha introdotto nuove regole per i visti. Nel frattempo, anche l’Unione Europea preme per bloccare il flusso di rifugiati, soprattutto siriani, che cercano di raggiungere l’Europa transitando per la Turchia. D’altra parte, i rifugiati siriani temono una potenziale reazione negativa dei turchi, specie da quando nel 2015 sono aumentate le proteste.

Sebbene non ci sia una prova solida che l’attentato avesse come obiettivo specifico i tedeschi, subito è aumentato il loro atteggiamento negativo nei confronti della politica di apertura ai rifugiati, che ha permesso ad 1,1 milioni di richiedenti asilo, molti dei quali siriani, di stabilirsi in Germania nel corso del 2015. L’atteggiamento accogliente nei confronti dei profughi aveva già iniziato ad affievolirsi dopo le dichiarazioni della polizia secondo cui i responsabili dei furti e delle aggressioni sessuali a Colonia la notte di Capodanno erano in larga parte immigrati. Com’è prevedibile, quindi, la Cancelliera Merkel subirà delle pressioni per modificare la sua politica di porte aperte nei confronti dei rifugiati siriani.

Se fosse vero che dietro l’attentato c’è Daesh e che aveva come bersaglio i turisti tedeschi in Turchia, allora si potrebbe ritenere che uno degli obiettivi del sedicente Stato Islamico è provocare delle reazioni negative contro i musulmani in generale e i rifugiati in particolare. Questo anche andrebbe a vantaggio di Daesh distruggendo la convivenza tra comunità e aumentando l’estremismo. Se ciò fosse davvero parte della strategia dell’organizzazione, l’aumento del numero dei crimini d’odio in Europa, in seguito agli attentati di Parigi del novembre 2015, dimostra che questo piano potrebbe funzionare.

In questo contesto, la Turchia e la Germania, che ospitano rispettivamente il maggior numero di rifugiati siriani al mondo e in Europa, sono potenziali obiettivi. Lo stesso vale per altri Paesi mediorientali ed europei. I gruppi anti-profughi condividono l’interesse di Daesh nel dipingere i rifugiati come una minaccia alla sicurezza, in modo da spingere i governi a tenerli fuori. Questo potrebbe rendere coloro che vivono nelle aree sotto il controllo di Daesh meno inclini a partire e addirittura portare nuovi membri al gruppo. 

È ovvio che milioni di rifugiati non dovrebbero essere puniti per un crimine commesso da una sola persona, specialmente se lo scopo del crimine è rivoltare le persone contro i rifugiati. I rifugiati diventeranno una minaccia alla sicurezza solo se non vengono forniti loro gli strumenti necessari per integrarsi nelle comunità locali.

Haid Haid è un ricercatore siriano. Si occupa di politica estera e securitaria, risoluzione di conflitti, curdi e movimenti islamisti.

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I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Arabpress.eu

  


Cristina Gulfi

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