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L’illusione di Ramadi

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Di Mohammad-Mahmoud Ould Mohamedou. Al-Monitor (05/01/2016). Traduzione e sintesi di Cristina Gulfi

Le avventate dichiarazioni auto-congratulatorie di vittoria a Ramadi da parte dell’esercito iracheno sono fuorvianti al pari dell’eco internazionale. Al di là di una radicata miopia, ciò che salta particolarmente all’occhio è il desiderio impaziente da parte delle autorità irachene e dei loro alleati regionali ed internazionali di dipingere una vittoria – una vittoria qualsiasi – contro Daesh (ISIS), al prezzo di una strategia lungimirante, di valutazioni realistiche e di lezioni già imparate.

La magniloquenza dell’esercito è una copertura alla mancanza di chiusura operativa. La spinta dentro Ramadi, infatti, non può ancora essere considerata decisiva per almeno tre motivi. Primo, ci sono voluti sette lunghi mesi – da maggio 2015 – perché l’esercito iracheno avanzasse nei quartieri centrali della città. Per più di mezzo anno ha combattuto a casaccio, impiegando le armi più innovative, supportato operativamente dagli Stati Uniti con copertura aerea e, pare, truppe di terra, accompagnato dai vertici dell’esercito iraniano, da tribù armate dagli Stati Uniti e guidato da milizie settarie accanite – tutto questo per una città di medie dimensioni a 100 km da Baghdad.

Secondo, da quando Ramadi è stata dichiarata “liberata”, Daesh ha incrementato le tattiche di guerriglia urbana con risultati fatali per le truppe irachene d’élite. Il gruppo controlla ancora un terzo della città e ci sono quartieri dove sventola la bandiera di Daesh ad un centinaio di metri dalle truppe nazionali. Nel migliore dei casi assisteremo ad una lunga fase di rappresaglie, con avanzate e ritirate cicliche delle diverse fazioni. In verità, il prezzo pagato dall’esercito iracheno e dalle truppe statunitensi è già troppo alto. La strategia che hanno seguito nei mesi scorsi è ora nota a Daesh, che non ha perso tempo nel passare da attacchi sul posto ad attentati suicidi e ha ritirato i suoi combattenti per “allungare il nemico”, tenendolo in attesa di un possibile contrattacco.

Terzo e più significativo, Ramadi è non così importante per Daesh. Il gruppo riceverà un colpo in Iraq solo quando la città di Mosul sarà riportata sotto il controllo del governo centrale. Fino ad allora, tutti i combattimenti sono eventi di fatto secondari. In maniera molto abile, Daesh ha sempre presentato ogni battaglia o operazione come la più cruciale per il proprio futuro. Anche quando la posta in gioco era minima, come a Kobane e a Sinjar, si è comportato come se l’esito fosse decisivo. Questa costante massimizzazione degli sforzi ha dato frutti sia in Iraq che in Siria, in quanto le truppe in prima linea sono visibilmente impegnate a combattere per ogni pezzo di territorio, mentre i soldati iracheni hanno spesso abbandonato la battaglia, come a Mosul nel giungo 2014 e a Ramadi nel maggio 2015.

Per concludere, quello che è mancato nel dibattito su Ramadi è il quadro più ampio di cosa sta facendo Daesh e di cosa stanno mostrando i suoi nemici in termini di resa e atteggiamento. A questo proposito sono indicative tre dimensioni chiave basate sui fatti: negli anni scorsi, l’esercito iracheno è stato sempre diviso, incapace di mantenere il terreno e rimanere saldo; Daesh, da quando ha iniziato la sua duplice campagna d’Oriente all’inizio del 2014, ha comandato il gioco e da allora non ha subito nessun arresto significativo; di volta in volta, le battaglie per città secondarie – ieri Kobane, oggi Ramadi, domani Fallujah – sono presentate come segnali di svolta, eppure la seconda città dell’Iraq, Mosul, è nelle mani di Daesh da giungo 2014. Nel migliore dei casi, la seconda battaglia di Ramadi è un ulteriore esempio delle nuove guerre ibride, dove attrito, assedio, droni, copertura aerea, disinformazione, fanteria, autobombe e contro-terrorismo si mischiano per generare progressi temporanei a dispetto di situazioni fluide. Quello che l’Iraq e l’Afghanistan ci hanno insegnato è che questo gioco ibrido e fluido lo conducono meglio gli attori mutevoli, che è quello che i gruppi armati transnazionali di seconda generazione stanno diventando.

Mohammad-Mahmoud Ould Mohamedou è vice direttore e decano accademico presso il Centro per le Politiche di Sicurezza di Ginevra e professore aggiunto presso il Graduate Institute di Ginevra.

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Cristina Gulfi

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