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Libia: radio-Daish e lampisterie

Di Mark Willis. Middle East Eye (14/02/2015). Traduzione e sintesi Carlotta Caldonazzo.

Come a Parigi, anche l’esecutore degli attacchi di Copenhagen Omar Abdel Hamid El Hussein è stato ucciso dalle forze di sicurezza. Come gli esecutori di Parigi, anche il ventiduenne era nato e cresciuto in Danimarca, aveva alle spalle una lunga storia di violenza da strada ed era ben noto alla polizia locale, che afferma che il giovane si è ispirato alla propaganda di Daish (ISIS). Un’affermazione giunta poco dopo il proclama dei cartelli del jihad che definisce il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni “ministro degli esteri dell’Italia crociata”. Rischia dunque di essere più probabile un nuovo intervento militare in Libia, dove i cartelli del jihad hanno conquistato Sirte prendendo il controllo di radio e televisione.

Come i fratelli Kouachi e Amedi Coulibaly, neanche El Hussein potrà parlare dei suoi mandanti e moventi, ma non è questo l’unico elemento comune. Anche lui è stato più volte arrestato per violenza urbana e possesso di armi e l’ultima pena, per aggressione aggravata, aveva finito di scontarla appena due settimane fa. Anche se ancora non è stato rivelato se sia partito per qualche campo di addestramento in Iraq o in Siria, secondo la polizia danese il giovane si è ispirato ai cartelli del jihad per compiere i due attacchi. Il primo contro il centro culturale che ospitava un dibattito su islam e libertà di espressione, in presenza del vignettista svedese Lars Vilks e dell’ambasciatore francese in Danimarca François Zimeray, che ha esplicitamente istituito un legame con i fatti di Parigi. Il secondo attacco è stato invece contro una sinagoga.

Aumenta dunque il rischio di esplosione sociale, alimentato dai media del mainstream che impongono la chiave dello scontro di civiltà. Un’interpretazione contro cui ultimamente ha preso posizione l’emittente canadese CBC, che ha invitato ad adottare nuove strategie, visti i miseri fallimenti riportati da quelle utilizzate finora. Diverse volte, si legge sul sito web della CBC, abbiamo sentito dire che alcuni gruppi rappresentano un pericolo, per poi scoprire che era tutto falso, quindi se si vuole fermare il terrorismo bisogna smettere di definire chi compie attentati “un jihadista”. Un altro rischio è che si faccia meno remota l’ipotesi di un nuovo intervento militare in Libia, malgrado l’opposizione di Algeria, Unione Africana ed Egitto.

In Libia infatti negli ultimi giorni i cartelli del jihad che si richiamano a Daish hanno conquistato Sirte e la litoranea che collega Tripoli ai giacimenti petroliferi, puntando ai porti commerciali, in un’avanzata iniziata a marzo 2014. A Sirte inoltre hanno preso il controllo di due emittenti radiofoniche e di una TV semi-funzionante, dalle quali hanno iniziato a trasmettere da venerdì. Due canali tradizionali di trasmissione (negli ultimi mesi i cartelli del jihad si erano serviti di raffinate tecniche di comunicazione via web) utilizzati per esortare i musulmani a combattere anche all’estero, rivendicare la decapitazione dei 21 egiziani coopti e minacciare di “mischiare con il vostro sangue” il mare in cui è stato gettato il corpo di Osama Bin Laden, ex capo di Al-Qaeda. A parte la facile osservazione che quest’ultimo non è stato gettato nel Mediterraneo, colpisce ancora una volta (come già negli attacchi di Parigi) la curiosa unione tra Al-Qaeda e Daish, più simile agli accordi tra i cartelli della droga sudamericani che alle alleanze tra formazioni di matrice religiosa o ideologica.

Mark Willis è redattore di Middle East Eye.

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Carlotta Caldonazzo

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