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Libia: pressioni di guerra

Di Zine Cherfaoui. El Watan (17/02/2015). Traduzione e sintesi Carlotta Caldonazzo.

El Sisi e Hollande
Il presidente egiziano El Sisi e il presidente francese Hollande

Di fronte alla brutale uccisione di 21 egiziani coopti, Il Cairo abbandona la sua posizione contraria a interventi militari internazionali in Libia e, insieme alla Francia, propone una soluzione manu militari al caos libico. Come rimedio agli effetti della “guerra umanitaria” promossa da Nato e Qatar nel 2011, non si propone niente di meglio che una nuova “guerra umanitaria”. Un meccanismo che si perpetua in maniera più sistematica dalla fine della Guerra Fredda, un circolo vizioso di violenza che risponde alla violenza e non genera che violenza.

Il presidente egiziano Abdel Fattah El Sisi possiede un argomento infallibile, l’esigenza di “reazione” alla brutale decapitazione di 21 coopti in Cirenaica. Tuttavia sa che se verrà dichiarata guerra al terrorismo in Libia, si rischierà di rimanere invischiati in uno scenario simile a quello afghano. Il che significherebbe non solo l’impossibilità di costruire uno stato democratico in Libia, fondato sul diritto e radicato nella società civile (non c’è società civile in guerra), ma anche un’ulteriore destabilizzazione dell’intero Sahel. Nell’esigenza di trovare alleati dunque, El Sisi ha contattato immediatamente diversi omologhi occidentali e arabi, lanciando appelli per una campagna militare sotto l’egida del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. A promuovere la nuova posizione dell’Egitto all’incontro internazionale sul terrorismo di Washington (18-20 febbraio) sarà il ministro degli esteri egiziano Sameh Shukri.

Il primo Paese occidentale ad aver risposto all’appello è la Francia, che non ha mai nascosto il suo favore per un nuovo intervento militare internazionale in Libia. È importante che il Consiglio di Sicurezza si riunisca e che la comunità internazionale prenda nuove misure”, recita un comunicato della presidenza della Repubblica francese. Al duo è probabile che si unisca l’Italia, che si è già proposta per inviare oltre 5.000 soldati e coordinare un’eventuale operazione militare a guida ONU (che certamente non potrà essere di peacekeeping). La ministra della Difesa italiana Roberta Pinotti ha parlato di coalizione di Paesi “europei e nordafricani”, ma ad attenuare i toni ha pensato subito il presidente del Consiglio Matteo Renzi.

Alleati pressoché certi, sul versante arabo sarebbero anzitutto gli Emirati Arabi Uniti, tra i principali sostenitori del generale libico Khalifa Haftar contro le milizie islamiche di Fajr Libia. Quindi l’Arabia Saudita, che con un sostegno finanziario alla guerra “contro il terrorismo” potrebbe continuare a godere dell’impunità sulle violazioni dei diritti umani e della protezione da eventuali sollevazioni della minoranza sciita, vista l’avanzata dei ribelli sciiti in Yemen. Un’esigenza, quest’ultima, per cui l’Egitto potrebbe tornare utile. In attesa di nuove disposizioni, Il Cairo ha iniziato a bombardare le postazioni di Daish (ISIS) in Libia, mettendo il primo piede nella palude. Oltre a rispondere alla rabbia (comprensibile) dei cittadini egiziani, El Sisi dimostra così di essere un buon baluardo contro eventuali minacce. Neanche l’Occidente osava sperare tanto.

Zine Cherfaoui è un redattore del quotidiano algerino El Watan.

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Carlotta Caldonazzo

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