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Libia: il fallimento di Obama

Di Alan Kuperman. Foreign Affairs (21/02/2015). Traduzione e sintesi Carlotta Caldonazzo.

L’obiettivo dell’intervento internazionale autorizzato dalla risoluzione 1973, adottata il 17 marzo 2011 dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, era proteggere chi in Libia protestava pacificamente contro il regime di Muammar Gheddafi. Due giorni dopo Stati Uniti e altri paesi NATO imponevano la no-fly zone in Libia lanciando raid contro le forze di Gheddafi. Nell’ottobre dello stesso anno i “ribelli” conquistavano il Paese, uccidendo il “colonnello”. Le reazioni immediate, soprattutto di USA, Francia e Gran Bretagna, sono state di trionfo.

A quasi quattro anni da questa “vittoria” è ormai chiaro che si è trattato di un completo fallimento. Non solo la Libia non ha vissuto alcuna evoluzione democratica, ma ha addirittura subito (e continua a subire) una profonda involuzione come entità statale. Un Paese nelle mani di oltre 140 milizie rivali, combattimenti continui, preoccupante diffusione delle armi, una terra di nessuno in cui circolano e trovano rifugio sicuro gruppi jihadisti vicini ai cartelli del jihad, sia di Al-Qaeda che di Daish (ISIS). Inoltre, l’intervento internazionale in Libia e il caos che ne è risultato, oltre ad aver destabilizzato il Mali, contribuiscono a deteriorare le relazioni internazionali su temi cruciali come il disarmo nucleare, la posizione della Russia all’ONU, la guerra civile in Siria.

Per far prendere agli eventi un corso diverso, sarebbe bastato evitare la guerra (visto che la minaccia per i civili pacifici non era di tale portata), lasciando che il potere passasse da Gheddafi a suo figlio Saif, relativamente liberale e formato all’estero. Invece l’unica ventata di ottimismo del luglio 2012, quando elezioni democratiche hanno portato al governo una coalizione laica, è durata meno di un mese. Il primo ministro Mustafa Abu Shagour è stato deposto e i suoi successori sono stati sette in meno di quattro anni, mentre l’islam politico ha preso il controllo del Congresso Generale Nazionale. Inoltre è fallito ogni di disarmare le milizie, la cui ascesa è stata favorita dalla guerra.

Nell’ottobre 2013 la Libia orientale, dove si trova la maggioranza dei giacimenti petroliferi, proclama il suo governo e il primo ministro Ali Zeidan viene sequestrato al Corinthia Hotel di Tripoli con un presunto mandato di arresto. Intanto a causa della crescente influenza delle forze islamiche, Washington annulla il piano di addestramento delle forze armate libiche. A maggio 2014 il generale Khalifa Haftar lancia un’offensiva contro le milizie islamiche a Bengasi, puntando a conquistare Tripoli. A nulla sono servite le elezioni, peraltro disertate da gran parte dei cittadini che non osa più sperare in un cammino verso la democrazia. Le forze politiche laiche gridano vittoria e formano un nuovo parlamento, presto relegato all’esilio di Tobruk, mentre il parlamento a maggioranza islamica continua a governare a Tripoli.

Quanto ai diritti umani la situazione è peggiorata dalla caduta di Gheddafi, seguita da una serie di omicidi e faide politiche e tribali. Oltre ai presunti sostenitori del colonnello, nel mirino dei ribelli sono finiti anche giornalisti e i circa 30.000 africani che vivevano a Tawargha. Simili violazioni e crimini di guerra continuano ad essere denunciati dall’ONU e da Amnesty International, comprese le torture in carcere.

L’unico settore in funzione di un Paese inesistente è la produzione petrolifera, che malgrado la guerra civile è tornata quasi ai livelli del passato. Petrolio a parte, le condizioni economiche della popolazione sono notevolmente deteriorate.

Alan J. Kuperman insegna scienze politiche alla LBJ e coordina il Progetto di prevenzione della proliferazione del nucleare. Collabora con diversi giornali e riviste.

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Carlotta Caldonazzo

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