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Libia: bandiere nere, Daish è sul sentiero di guerra

Di Theodore Karasik. Al-Arabiya (16/02/2015). Traduzione e sintesi di Angela Ilaria Antoniello.

Daish LibiaCon l’esecuzione di 21 copti egiziani, e il rapimento di altri 21 egiziani, Daish (ISIS) sta spingendo Italia, Francia, e Stati Uniti ad intervenire in Libia. Negli ultimi giorni, ha rilasciato due importanti dichiarazioni: “Un messaggio alla Francia” che minaccia non solo la Francia, ma anche il Belgio, e “Un messaggio firmato con il sangue alla Nazione della Croce” diretto ai cristiani, in modo significativo a Francia, Italia e copti, per portare i Crociati in Libia.

Daish, pronto a diffondere il suo Stato di diritto, sta riempiendo le lacune fra il governo libico democraticamente eletto di Tobruk e il Congresso Nazionale Generale (CNG) a guida l’islamista, con sede a Tripoli. Lo Stato Islamico sta aprendo un secondo, importante fronte in Libia che vuole inghiottire tutta l’Africa settentrionale e minacciare il ventre molle d’Europa. Eppure, che Daish puntasse alla Libia era chiaro da almeno un anno e adesso bisogna solo riconoscere che lo Stato islamico, invece di ridursi, sta crescendo e le sue bandiere nere sventolano su larga parte della Libia.

La scorsa settimana, un alto funzionario della difesa degli Stati Uniti ha espresso preoccupazione per le ramificazioni di Daish in Iraq e Siria, con affiliati in Algeria, Egitto, Libia. Il gruppo sta, infatti, cominciando a raccogliere una crescente presenza internazionale che include aree non governate e sotto governate. Questa dichiarazione è degna di nota: c’è finalmente un riconoscimento ufficiale da parte degli Stati Uniti dei rischi posti da Daish in Nord Africa.

Altrettanto significativo è il legame tra la crescita di Daish in Libia e la richiesta di Obama di poteri di guerra contro lo Stato islamico. Così com’è scritta, la risoluzione dà a Obama il potere di estendere la lotta contro Daish oltre i confini dell’Iraq e della Siria. Questo atto è un male necessario. Mentre la maggior parte degli occhi sono puntati sulle operazioni della Coalizione nel Levante, sembra che l’America  e gli altri Paesi europei, tra cui Francia e Italia, si stiano preparando a lottare contro l’appendice del Califfato metastatizzatasi in Libia.

Il governo democraticamente eletto di Tobruk e riconosciuto dalla comunità internazionale fa sentire la sua voce contro Daish. Il primo ministro Abdullah al-Thinni chiede ad America, Francia e Italia di intervenire in Libia. Un funzionario arabo ha osservato che Francia e Italia stanno assistendo il collega di al-Thani, il generale Khalifa Belqasim Haftar, in termini di intelligence, sorveglianza e ricognizione nell’Operazione Dignità e che tali attività dovranno essere utilizzate in un futuro intervento contro Daish. Francia e America sono operative rispettivamente dal Mali e dal Niger. Queste basi operative, potenzialmente, sono pronte per l’inizio di una possibile campagna aerea contro lo Stato Islamico in Libia, insieme con le basi dell’Europa meridionale.

La domanda chiave è dove si collocheranno il CNG e l’Operazione Alba in questa equazione. Se Daish accusa il CNG di apostasia, allora, razionalmente, il CNG dovrebbe essere a fianco di Tobruk. Questo però non accadrà data l’animosità tra le parti in competizione. Ma non è finita qui: lo Stato islamico sta attirando tra le sue fila anche i misuratani e alcuni membri dell’Operazione Alba, mentre il Generale Haftar, che presumibilmente guiderà le operazioni di terra, è visto come un eroe nazionale popolare.

Ciò che bisogna prevenire ad ogni costo è che i libici possano trovare utile, nel breve termine, combattere a fianco di Daish, come è già successo in Iraq poiché in Libia la situazione potrebbe essere addirittura peggiore a causa dell’ethos etnico e tribale degli estremisti. Non stupitevi se l’Occidente e gli alleati arabi attaccheranno Daish sia in Libia che nel Levante. Daish vuole essere attaccato per soddisfare le loro necessità escatologiche.

Theodore Karasik è editorialista di Al-Arabiya, esperto di Medio Oriente, Russia e Caucaso.

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Roberta Papaleo

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