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Libia: avanti con i processi, ma la giustizia fallisce

Di Tom Westcott. The Daily Star (22/06/2015). Traduzione e sintesi di Angela Ilaria Antoniello.

Mentre i due governi libici sono bloccati in un conflitto civile che domina sia la scena nazionale che quella internazionale, a Tripoli continuano i processi nei confronti di quelli che erano gli uomini del regime di Gheddafi. Questo mese si è svolto il procedimento contro Saadi Gheddafi, inoltre gli avvocati hanno presentato la difesa finale per Seif al-Islam Gheddafi e altri 36 funzionari dell’epoca, tutti accusati di crimini di guerra contro il popolo libico durante la rivolta del 2011. Sebbene il capo delle indagini della procura generale, Sadiq al-Sour, insiste nel sostenere che i processi sono “indipendenti e non influenzati dalla guerra”, e che “la magistratura è completamente indipendente, a prescindere dal potere esecutivo nel Paese,” ci sono delle questioni poco chiare che aleggiano intorno ai procedimento giudiziari.

Per di più, anche se il 28 luglio è atteso il un verdetto finale per Seif al-Islam e gli altri funzionari, questo probabilmente avrà alcun impatto diretto sui negoziati tra Tripoli e Tobruk né contribuirà al sviluppo della  giustizia di transizione. Tuttavia, dopo la ripresa del processo nei confronti degli alti ranghi del regime di Gheddafi, il Ministero della Giustizia ha dichiarato che non può esserci alcun giudizio imparziale ed indipendente sotto il tiro delle milizie illegittime, lavandosi di fatto le mani da ogni responsabilità. 

Il 10 maggio è iniziato il procedimento legale contro il terzo figlio di Gheddafi, Saadi, accusati di vari reati commessi anche prima della rivoluzione. Il basso profilo dell’udienza Di Saadi è in contrasto netto con la pubblicità fatta alla sua estradizione in Libia dal Niger nel marzo 2014. Inoltre, da quel momento in poi  alle  organizzazioni per i per i diritti umani non è più stato possibile intervistarlo. Né vi è l’accesso del pubblico ai processi, che si svolgono in un’aula di tribunale appositamente costruita all’interno della prigione di Hadba. Gli osservatori internazionali si affidano spesso a filmati televisivi spesso incompleti, mentre i pochi giornalisti  occidentali che hanno cercato di seguire i processi a Tripoli hanno dovuto lottare per ottenere un ingresso regolare. La questione dell’accesso è ancora più evidente nel caso del fratello di Saadi, Seif al-Islam, l’unico altro membro della famiglia Gheddafi che è stato arrestato e messo sotto processo.

I rapporti delle organizzazioni per i diritti umani e dei giornalisti suggeriscono che né l’ufficio del Procuratore Generale, né il Ministero della Giustizia hanno necessariamente il pieno controllo della prigione di Hadba. Nel 2014 Amnesty International ha rilevato che “’accesso al compound è controllato da funzionari della prigione che sembrano rispondere al Ministero della Giustizia solo nominalmente.”

Questi processi avrebbero dovuto rappresentare un significativo passo in avanti verso la giustizia post-rivoluzionaria, ma l’interesse pubblico è scemato. I sogni di giustizia e di libertà che hanno alimentato la rivoluzione sono stati sostituiti con un desiderio di pace, sicurezza e stabilità. Inoltre, la mancanza di accesso del pubblico ai processi, le audizioni a volte irregolari e la copertura televisiva discontinua ha reso il tutto ancora più difficile da seguire.

La missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia ha affermato che se il processo continua a procedere in questo modo, gli standard internazionali non saranno rispettati. Soprattutto, però, verrà sprecata un’occasione storica per rendere pubblici ed esaminare i crimini commessi sotto il regime di Gheddafi.

Tom Westcott è un giornalista e scrittore britannico che vive in Libia.

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Ilaria Antoniello

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