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Libano, un governo per la terra dei cedri. Intervista a Elie Ferzli, vicepresidente del Parlamento libanese

Intervista di Katia Cerratti

Il 6 maggio scorso, il Libano è andato al voto dopo ben nove anni, assegnando al partito sciita Hezbollah 70 seggi sui 128. Il Premier Hariri,  non è riuscito però a formare subito un governo a causa di coalizioni opposte tra loro: da una parte il blocco dell’8 marzo appoggiato da Hezbollah che reclama la presenza nel governo di deputati sunniti indipendenti e dall’altra, la coalizione del 14 marzo, guidata da Hariri che invece si oppone a questa richiesta. Dopo sette mesi di stallo, in questi giorni sembra che qualcosa si stia muovendo, sia dal punto di vista finanziario che politico, tanto da far circolare voci dell’imminente formazione del governo già prima di Natale. Alcuni giorni fa, abbiamo chiesto chiarimenti sull’attuale situazione politica, al  vicepresidente del Parlamento libanese Elie Ferzli, deputato greco-ortodosso vicino ad Amal e Hezbollah, eletto proprio il  6 maggio scorso.

Quali sono i principali ostacoli alla formazione del governo?

Il principale ostacolo alla formazione del governo, è rappresentato dal fatto che il presidente Hariri vuole essere l’unico rappresentante della comunità sunnita in Libano e questo probabilmente riflette anche la lotta tra l’Arabia Saudita, l’Iran e il Libano, perché lui immagina che questo sia ciò che desidera Hezbollah.

Quali sono le riforme necessarie per sbloccare gli 11 miliardi di fondi internazionali bloccati dalla Francia?

Le riforme maggiori che la Francia ha chiesto, noi le stiamo studiando in Parlamento e abbiamo approvato  la maggior parte di queste riforme che Parigi e la comunità internazionale hanno richiesto. Restano alcuni articoli da discutere in parlamento, alcuni riguardanti dei trattati, ed altri riguardanti questioni commerciali di importazioni ed esportazioni con il Libano. Non ricordo esattamente i singoli provvedimenti, ma il Parlamento ha già approvato quelli più importanti.

A che punto è reale il rischio di un collasso economico per il Libano?

La situazione economica in Libano è critica, ma personalmente non credo che porterà al collasso. Abbiamo bisogno ancora di 4 o 5 anni  affinché il gas e il petrolio di cui disponiamo porti profitto e ricchezza al Libano. Nel frattempo abbiamo bisogno di tempo e di una buona gestione da parte delle Autorità libanesi per poter salvare la situazione finanziaria del paese. Ripeto, personalmente non credo che arriveremo al collasso, sebbene la situazione sia estremamente critica.

Quali sono gli ostacoli per una soluzione definitiva del problema dell’elettricità e dei generatori privati?

La principale ragione è che nel 1991 e negli anni seguenti c’è stato il tentativo di privatizzare l’elettricità. Privatizzare l’elettricità significava farla fallire in modo da autorizzare il governo a decidere di vendere le compagnie elettriche. Il tentativo è fallito. Ora, vi è una sorta di lotta politica per evitare che un partito riesca a mettere al sicuro il settore dell’elettricità, in modo che nessuno voglia più privatizzarlo. Tutto questo ha provocato ingenti perdite per le finanze libanesi.

Israele gioca a fare pressione internazionale e accusa Hezbollah di possedere armi nascoste. Fino a che punto la posizione israeliana può condurre a una nuova guerra?

Tutto è possibile. Israele enfatizza la situazione a tal punto da non prendere in considerazione il conflitto e le motivazioni che sono alla base per poter trovare una soluzione a livello internazionale e su una base di equità e giustizia. Questo potrebbe realmente portare ad una guerra. E in questo modo stanno spingendo anche gli americani a determinati comportamenti. E’ ovvio. Ad esempio oggi Netanyahu è accusato di corruzione e uno dei suoi ministri si è dimesso dall’incarico. Potrebbero esserci nuove elezioni, per questo si cerca di spostare l’attenzione dell’opinione pubblica israeliana sulle questioni riguardanti la situazione al confine con la Siria e il Libano e sui pericoli che arrivano dal nord. E l’America cerca di coprire Israele sotto il suo ombrello. Li appoggiano. E questo può portare alla guerra. Personalmente però penso che loro sappiano molto bene che in caso di guerra anche loro dovranno pagare un prezzo molto simile a quello che dovremmo pagare noi. Non sono riusciti a smantellare e disarmare Hezbollah e questo avrà delle pessime conseguenze sull’idea dell’esistenza stessa dello Stato di Israele ed è questo il motivo per cui non vogliono arrivare alla guerra. 

Lei è stato eletto Vicepresidente della Camera nel 1992. Dopo 26 anni, quali sono le problematiche che ha riscontrato, che cosa è cambiato?

Non è la mia prima volta come Presidente della Camera, sono qui da 14 anni ed ora sono stato eletto per altri 4 anni, non trovo problemi nel funzionamento del Parlamento, il lavoro è molto facile, siamo aperti a tutte le opinioni, ma il solo problema, è che i partiti vengono spinti a formare governi di unità nazionale e questo indebolisce il ruolo del Parlamento che non riesce a mettere in discussione il governo che di fatto è formato dai rappresentanti praticamente di tutti i partiti presenti in Parlamento. In questo caso è impossibile formulare accuse e assumersi delle responsabilità. Questo è l’unico problema, tutto il resto funziona perfettamente in Parlamento.

Il sistema politico che rispetta tutte le confessioni presenti in Libano può essere sicuramente considerato un esempio di democrazia, ma potrebbe anche rivelarsi un boomerang rispetto agli interessi della Nazione?

La situazione è esattamente questa. Le differenti  sette religiose in Libano fanno si che il Libano sia un melange di differenze ed è democrazia, altrimenti il Libano sarebbe come il resto del Mondo Arabo: dittature e governi militari. Ma grazie all’equilibrio tra le varie sette religiose, non si arriva alla dittatura e si riesce a mantenere la democrazia. Allo stesso tempo, la pluralità delle confessioni ha portato anche alle interferenze della comunità internazionale in Libano. E’ così da sempre.

La questione del dialogo tra le differenti coalizioni. La Courant patriotique libre ( CPL) sottolinea la necessità del “dialogo” per regolare le differenze ma secondo Hariri  i sunniti indipendenti non sono  un blocco parlamentare e quindi non hanno diritto a reclamare ministeri. Con queste premesse, come è possibile dialogare?

E’ un problema sunnita, che appartiene alla comunità sunnita. Abbiamo un sistema elettorale proporzionale. I deputati che rappresentano l’8 marzo all’interno della comunità sunnita, rappresentano l’80% o forse di più della comunità sunnita e poiché tutte le parti rappresentate in Parlamento sono state inserite nel governo, loro non possono essere ignorati e devono essere rappresentati. Sebbene Hariri non voglia che vengano rappresentati, è necessario instaurare una sorta di dialogo con loro. Lui rifiuta perfino di vederli, di incontrarli, non di approvare la loro posizione. Pertanto il problema è questo: un conflitto della comunità sunnita.  I cristiani non hanno nulla a che fare con questo problema. Per questo, in un modo o nell’altro stanno cercando di dire che i cristiani stanno prendendo questi ministri dalla loro parte per risolvere il problema. I cristiani vogliono trovare una soluzione.

Nell’aprile del 1997, durante un discorso pubblico, lei ha dichiarato che il Libano, diviso tra clan e confessioni, avrà sempre bisogno della Siria per garantire la sua unità e per premunirsi contro ogni tentativo di destabilizzazione da parte di Israele. Oggi, dunque, il Libano ha ancora bisogno della Siria?

Non abbiamo nessun interesse nell’aver bisogno di qualcuno, ma vista la situazione geopolitica, tra noi e la Siria ci sono interessi comuni di carattere economico, sociale e della sicurezza. In questo senso abbiamo bisogno del dialogo, ma questo non significa che loro dovrebbero interferire in Libano. L’indipendenza di questo paese è molto importante, così come l’indipendenza della Siria. Avremo e dovremmo avere dei rapporti normali con la Siria nell’interesse del Libano.



Katia Cerratti

Giornalista professionista, laureata in Lingue orientali con una tesi in Islamistica sull’integralismo islamico in Egitto, comincia ad amare la lingua araba all’età di undici anni, quando un compagno di scuola, marocchino, le scrive il nome in arabo sul diario: Muhammad محمد. Coltiva negli anni una grande passione per il multiculturalismo, la difesa dei diritti umani e delle minoranze, segue la politica estera in particolare di Asia e Medio Oriente e la vita culturale di queste regioni. Inizia a scrivere sul "Calendario del popolo” di Nicola Teti, ha collaborato con il settimanale Left e con le testate online arabismo.it e newscinema.eu, e attualmente scrive per arabpress.eu. Da molti anni lavora nella redazione Media Management di Rainews24.

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