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Libano: i social media amplificano l’odio settario

Di Diana Moukalled. Al-Arabiya (20/07/2015). Traduzione e sintesi di Angela Ilaria Antoniello.

Beirut. Dopo una disputa legata al traffico protrattasi per una settimana, Tarek Yateem  ha accoltellato George al-Reef tra decine di curiosi. Poco dopo Reef è morto. È stato un omicidio orribile i cui dettagli sono stati catturati dai cellulari di testimoni e passanti. Le scene sono state editate in un video che ha avuto migliaia di visualizzazioni dentro e fuori del Libano ed è stato accompagnato da commenti settari sui social network.

In Libano la tensione è all’ordine del giorno, che si tratti di motivi settari, religiosi o razziali. Alla fine della giornata, queste tensioni rientrano nella categoria dell’incitamento. I social media sono stati un luogo aperto e di proliferazione per tali incitamenti, infatti c’è stato largo spazio per commenti razzisti e ostili che sono diventati praticamente una normalità. La scorsa settimana, il Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulle forme contemporanee di razzismo ha espresso gravi timori per l’escalation delle tendenze razziste dovute al progresso tecnologico che facilita la diffusione di ostilità verso gli altri attraverso i social media. Il razzismo e l’odio nei confronti degli stranieri e delle minoranze sono ormai considerati comuni sui mezzi di comunicazione e sui social network.

Il rapporto fornisce numerosi esempi presi dall’Europa, suonando di fatto un campanello d’allarme per quanto riguarda l’utilizzo di tecnologie moderne come strumento di diffusione di idee razziali. Naturalmente non abbiamo bisogno di studi nella nostra regione araba per verificare la quantità di razzismo e di odio diffusi attraverso le reti dei social media o per controllare quanto è diventato facile far circolare tali sentimenti attraverso questi strumenti.

Tuttavia, questo non significa che il problema sono i social media. Sì, la tecnologia ha cambiato un sacco di cose, ma non ha cambiato la nostra mente, è lei la principale responsabile di quello che facciamo. I social media aiuta la diffusione e generalizzando le idee, ma, se vogliamo, può anche essere usato per prevenire la diffusione di ideologie e sentimenti di odio razziale.

Non c’è dubbio che uno dei motivi per cui i social media sono potenti perché rispondono ai nostri desideri fondamentali: siamo attratti dall’idea che possiamo dire la nostra su tutto ciò che vogliamo e che gli altri ci sentono, specialmente quando si tratta di esprimere i nostri sentimenti in maniera istintiva. Quando Yateem ha assassinato Reef e le foto hanno iniziato a circolare su Facebook e Twitter, questi strumenti hanno funzionato come una lente di ingrandimento, ampliando i dettagli e permettendo di mostrare le identità settarie dell’assassino e della vittima.

I social media esagerano le informazioni, le emozioni e certamente esagerano e generalizzano la violenza. È come se fossimo in un bar dove tutto è calmo e tutti sono impegnati nelle loro conversazioni, ma improvvisamente una persona prende a pugni un altro e l’arena si trasforma ben presto in un ring di pugilato in cui tutti sono coinvolti nella lotta. I social media esagerano il primo pugno che, in questo caso, è la rappresentazione di un musulmano che sta uccidendo un cristiano. In molti altri casi, i crimini sono simboleggiati da un sunnita che uccide uno sciita e viceversa o un arabo ucciso da un curdo e viceversa.   

Per non preoccuparci solo di quella che è la situazione attuale, dimenticandoci come eravamo prima dell’arrivo dei social media, dobbiamo Al fine di non essere preoccupato per la situazione attuale e dimenticare come eravamo prima di tutte queste reti di social media superficie, dobbiamo ricordare come eravamo abituati a vivere e come ancora viviamo: tra barriere invisibili che separano gruppi che vivono insieme.  Chi tra di noi non conosce almeno una persona nella sua famiglia che dichiara odio a persone di religione setta o nazionalità diversa? Nei nostri Paesi, i sistemi di istruzione e l’etica della politica, della religione e della cultura popolare generano odio. Questa cultura del razzismo esisteva prima dei social media, che è servita solo a mostrarci ciò che non può più essere né tollerato né ignorato.

Diana Moukalled scrive per Asharq al-Awsat, Al-Hayat e Al-Wasat. È anche editore web per la libanese Future Television, dove conduce lo show Bil Ayn Al-Mojarada (A occhio nudo).

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Ilaria Antoniello

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