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Libano, Drusi, questi sconosciuti. Intervista al leader spirituale sheykh Naim Hassan

Intervista di Katia Cerratti

Per i drusi libanesi è l’autorità massima religiosa. Verso di lui un rispetto e una sorta di venerazione che va oltre ogni immaginazione. E così anche un’intervista può risultare difficile. Ma non impossibile. Lo sheykh Naim Hassan ha accettato di parlare e cercare, in qualche modo, di dare agli occidentali risposte per meglio conoscere il mondo esoterico-religioso dei drusi. Minoranza etnica e religiosa mediorientale, la dottrina drusa si definisce monoteista. I seguaci non sono né cristiani né musulmani. Nulla o poco si sa dei loro culti perché sono “proibiti” a chi non ne fa parte. Nati come un gruppo religioso dopo una scissione con l’Islam sciita, oggi sono un vero e proprio popolo. Si sono insediati in Siria, Libano, Israele e Territori Palestinesi. Perseguitati per secoli, oggi cercano di convivere in pace in tutti i luoghi dove vivono. In Libano sheykh Naim Hassan è la guida spirituale mentre Walid Jumblatt è il capo politico.

In un Medio Oriente troppo spesso teatro di rivalità religiose e interessi politici variegati, i drusi si sentono a loro agio? 

 “Siamo stati perseguitati, abbiamo subìto violenze. Noi non abbiamo mai attaccato, ci siamo solo difesi. Ed è quello che facciamo anche oggi. Vogliamo vivere in pace ma se qualcuno volesse distruggerci siamo pronti a difendere la nostra identità, i nostri territori, il nostro popolo”.

Non c’è il rischio che un piccolo popolo come voi, che non raggiunge i due milioni in tutto il mondo, possa perdere la propria identità?

“Assolutamente no. Difendiamo quello che siamo, le nostre tradizioni, la nostra fede, le nostre idee. Ovunque siamo, e mi riferisco soprattutto ai principali Paesi quali Libano, Siria, Israele e Palestina, viviamo in pace e ci siamo integrati senza mai perdere le nostre origini. Nessun rischio perché la fede e le nostre tradizioni guidano la nostra esistenza”.

Si riferisce anche ai matrimoni che avvengono quasi esclusivamente tra drusi?

“Certo. E’ la nostra forza e la nostra tradizione”.

Ma cosa pensa dei matrimoni misti che avvengono in Occidente?

 “Noi crediamo fermamente nei matrimoni esclusivamente tra drusi ma, al tempo stesso, crediamo che ognuno scelga liberamente cosa fare. Queste cose non si possono imporre. Ognuno fa quello che crede”.

A rigor di obiettività, è necessario ricordare che un maschio druso che sposa una donna di un’altra religione, in alcuni casi può essere allontanato dalla sua comunità e può rientrarvi solo in caso di divorzio o di perdita della moglie, con il diritto però di risposarsi con una drusa. Se è la donna a sposare un non druso, può anche essere uccisa, di conseguenza non sono molti i matrimoni misti tra donne druse con uomini non drusi. Non si hanno statistiche documentate sul Libano ma sui drusi che vivono in Israele, i dati pubblicati qualche anno fa dal quotidiano israeliano Haretz , denunciano solo quattro casi di donne che hanno contratto matrimoni misti e, di queste, tre sarebbero state uccise dalle loro famiglie. Forse il matrimonio tra la drusa Amal Alamuddin e George Clooney potrà aprire la strada a un nuovo corso. Ma torniamo all’intervista allo sheykh Naim Hassan.

E’ possibile pensare a un Medio Oriente fatto di pace e di convivenze senza guerre e violenze?

“Questa domanda non la deve fare a me. La faccia all’Onu che non è riuscita a risolvere la questione palestinese. A distanza di 70 anni la situazione rimane critica e nulla di buono si affaccia all’orizzonte”.

Quale messaggio vuole inviare al mondo per un Medio Oriente di pace?

“Un messaggio all’Onu affinchè sia più giusta, più attenta ai diritti e alle rivendicazioni dei popoli che soffrono. Come nel caso dei palestinesi”.

 


Katia Cerratti

Giornalista professionista, laureata in Lingue orientali con una tesi in Islamistica sull’integralismo islamico in Egitto, comincia ad amare la lingua araba all’età di undici anni, quando un compagno di scuola, marocchino, le scrive il nome in arabo sul diario: Muhammad محمد. Coltiva negli anni una grande passione per il multiculturalismo, la difesa dei diritti umani e delle minoranze, segue la politica estera in particolare di Asia e Medio Oriente e la vita culturale di queste regioni. Inizia a scrivere sul "Calendario del popolo” di Nicola Teti, ha collaborato con il settimanale Left e con le testate online arabismo.it e newscinema.eu, e attualmente scrive per arabpress.eu. Da molti anni lavora nella redazione Media Management di Rainews24.

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