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L’hammam di Ben Jelloun

hammamArticolo di Alessandra Cimarosti.

Aristotele sosteneva che l’amicizia “è una virtù, o è accompagnata da virtù ed è inoltre, radicalmente necessaria alla vita. Infatti, senza amici, nessuno sceglierebbe di vivere, anche se possedesse tutti gli altri beni”.

Il perdere un’amicizia, la delusione che ne deriva è ciò che sconvolge il protagonista di “L’Hammam”, edizione Einaudi del 2002. L’autore marocchino racconta la storia di un famoso pianista, ricco, rispettato, sostenuto da una donna che lo ama che però, non riesce a disfarsi di un’ ossessione: quella di puzzare.

Il protagonista è convinto di emanare fetore. Si lava, usa colonie, ma niente, continua a sentire cattivo odore. È la cattiveria delle persone che credeva amiche ad averlo intossicato. “Ci insegnano a non fidarci degli sconosciuti, degli incontri casuali, ma dimenticano di metterci in guardia contro le persone più vicine, quelle che frequentiamo di più, quelle che accogliamo nella cosiddetta cerchia di amici, che vediamo spesso, con cui abbiamo a che fare. In compenso quanti amici, o perlomeno quanti che credevo tali, si sono permessi di mentirmi, di tradirmi e di tradire impunemente la mia fiducia”.

Va da un dottore e questo gli dice che è solamente stress e che ha bisogno di mangiare lenticchie. “Perché le lenticchie?” “Perché è un piatto dell’infanzia”.

Il ritorno alle origini, ai vecchi ricordi, alle antiche tradizioni sembrano essere il rimedio per il protagonista. Torna a Fes, la sua città natale e lì va in un hammam, dove i massaggi del vecchio Bilal, iniziano ad esorcizzare simbolicamente il suo male. La pulizia profonda dell’ hammam inizia a detergere i suoi batteri, il marcio che lo affligge. Bilal gli insegna a rispondere alla vita “Bisogna reagire, bisogna lottare (…) Non è solo una questione di tempo, devi essere pronto a sbarazzarti del tuo fardello, perché se ti sei lasciato imbrogliare vuol dire che avevi una predisposizione a farlo. (…) Tu credi nella giustizia imminente! Bene, credici, se ti fa piacere. Anche questo è segno di debolezza. La giustizia sei tu, perché solo tu puoi tirarti fuori da questo tunnel. Non devi far conto né su Dio né sugli altri uomini per risolvere i tuoi problemi.”.

Dopo Bilal si affida ai consigli e alle stregonerie di Haj Ben-brahim che lo motiva a rispettare ciò che è e a dimenticare. “Dimenticare è una ginnastica: fai e rifai gli stessi gesti finché l’esercizio diventa automatico. (…). La realtà è che gli uomini non si possono cambiare, ma si può cambiare la percezione che ne abbiamo”. La migliore difesa non è abbattersi, lasciar loro fare, ma esistere. L’impegno è dimenticare.

Bevendo l’ “acqua dell’oblio”, altro gesto simbolico, il protagonista riesce a spezzare le catene del male che lo tenevano prigioniero. Riesce a dimenticare, o perlomeno a ricordare il passato con distacco e indifferenza.

Un libro breve, solo 52 pagine che racchiudono la delusione, il male, la malattia, l’intossicazione, ma anche insegnamenti fondamentali, il fare affidamento su sé stessi e il ripartire proprio da sé stessi per una “rinascita”.

Alessandra Cimarosti

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