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Lezioni di democrazia in Iraq e Egitto

Zoom 31 gen Iraq Egittodi Rami G. Khouri. The Daily Star (30/01/2013). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo. Gli eventi degli ultimi giorni in Iraq e Egitto sono particolarmente importanti per capire, per quanto possibile, come alcuni cittadini e leader arabi si fanno avanti in un processo che dà loro l’opportunità di plasmare i loro sistemi di governance politica. In Egitto e in Iraq, in maniera più drammatica, tutti gli elementi base dell’integrità dello Stato, dell’identità nazionale e della legittimità del potere stanno subendo un cambiamento. La cattiva notizia è che questo processo include sregolatezza politica, violenza e morte; ma la buona è che per la maggior parte è un processo non-violento che continuerà a spingere alcuni Paesi arabi sul lento cammino verso una democrazia stabile.

Non è possibile tracciare un’unica dinamica che possa spiegare i disparati eventi in corso nei diversi Paesi arabi. Tuttavia, gli ultimi sviluppi suggeriscono che possiamo individuare alcune caratteristiche comuni tra la turbolenza politica e le violenze. Secondo me, i due esempi più drammatici delle ultime due  settimane sono stati i fatti di Fallujah e di altre zone dell’Iraq e la violenza e i disordini in diverse città in Egitto. In entrambe i casi, i cittadini locali non solo hanno sfidato le decisioni dei governi centrali democraticamente eletti, rappresentati dal presidente egiziano e dal premier iracheno: in qualche modo, hanno anche messo in dubbio la legittimità dei leader, o almeno li hanno sfidati a tradurre la legittimità in credibilità. Non si tratta di casi isolati, dal momento che una profonda crisi di integrità politica si sta diffondendo in molte zone del mondo arabo.

In Egitto, molte municipalità locali hanno ignorato il coprifuoco e la legge marziale del presidente. Alcune città, come Mahalla, Suez e Alessandria, hanno persino dichiarato in modo simbolico la loro autonomia o indipendenza dal governo centrale. Non stanno sfidando l’integrità dello Stato egiziano, ma piuttosto l’efficacia e l’equità delle politiche del governo centrale.

Lo stesso vale per le decine di migliaia di manifestanti in Iraq, che protestano contro l’uccisione dei dimostranti da parte dei servizi di sicurezza, oltre che contro il governo centrale colpevole di non riservare gli stessi diritti politici e socio-economici a tutti i cittadini. In entrambe i casi, molti cittadini ordinari avvertono che un gruppo sta cercando di monopolizzare il potere e prendere il controllo dello Stato. Entrambi i leader di Iraq e Egitto si sono comportati con un autoritarismo che ricorda per molti aspetti le politiche dei loro predecessori, che gli arabi sperano di lasciarsi alle spalle.

Siria, Yemen, Libano, Palestina, Bahrein, Giordania, Marocco ed altri Paesi arabi stanno tutti assistendo a delle miti variazioni di queste lamentele e delle risposte dei cittadini. Quello che rende Iraq e Egitto così importanti è che in entrambe i casi la guida del governo centrale è stata eletta in modo democratico: in altre parole, è legittima e come tale è una rarità nel mondo arabo. Ciononostante, i cittadini rischiano la  vita per protestare contro le loro politiche, sfidare le loro decisioni e persino allontanarsi dalla loro autorità per poter cercare alternative a livello locale che garantiscano i servizi pubblici essenziali. Qui non si parla sono di acqua, impiego, sicurezza ed assistenza medica, ma anche di rappresentazione e partecipazione politiche credibili e la garanzia dei diritti di base.

Né Nouri al-Maliki, né Mohammed Morsi hanno fatto uso della loro legittimità democratica come leader liberamente eletti per sviluppare il tipo di fiducia, credibilità, integrità ed efficacia che sono i veri segni distintivi di un leader di qualità. Essi ci ricordano ancora una volta delle due difficili lezioni che il mondo arabo sta imparando per la prima volta tramite l’esperienza sul campo: primo, che le elezioni non portano necessariamente ad un sistema democratico stabile; secondo, che anche leader legittimi democraticamente eletti devono attuare politiche eque e coscienziose  tramite la costruzione del consenso.

In altre parole, stiamo assistendo all’esempio più estremo dell’attuazione del principio di “consenso del suddito”, in cui cittadini scontenti scendono in strada e sfidano il loro governo per assicurarsi che le loro opinioni, i loro interessi e, più importante di tutto, i loro diritti civili vengano presi in considerazione dallo Stato. Senza dubbio, sia i governi che i manifestanti,  o i leader dell’opposizione, stanno commettendo degli errori, comportandosi a volte in maniera immatura ed impulsiva. Questo è comprensibile, dal momento che nessuna delle parti ha una vera esperienza in materia di contestazione politica democratica.

Gli occasionali attacchi di violenza qua e là non dovrebbero distoglierci dal fatto che delle proteste serie, democratiche e politiche abbiano preso piede in molte parti del mondo arabo e che il processo di costruzione legittima dello Stato sta avendo luogo per la prima volta nella storia araba moderna.

http://www.dailystar.com.lb/Opinion/Columnist/2013/Jan-30/204250-learning-democracy-in-iraq-and-egypt.ashx#axzz2JXPiaCl2

 

Roberta Papaleo

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