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Lezioni dall’Africa

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Una parziale revisione dello “scontro delle civiltà” alla luce dei recenti avvenimenti che consolidano le pratiche democratiche nel continente africano, contrariamente a quanto succede nel mondo arabo

Di Marwan Kabalan. Al-Arabi al-Jadeed (1/02/2017). Traduzione e sintesi di Emanuele Uboldi.

Samuel Huntington, ne “Lo scontro delle civiltà”, teorizzava otto diverse civiltà che si sarebbero contese la supremazia nel nuovo ordine mondiale post guerra fredda. Tra queste, la civiltà islamica avrebbe costituito la sfida maggiore per l’Occidente, qualora si fosse coalizzata con la Cina. Huntington non definisce cosa intenda per civiltà islamica, dato che ci sono decine di Paesi che rientrano in questa classificazione, per quanto portatori di politiche e orientamenti differenti. Al contrario, e in linea con la maggioranza degli antropologi occidentali (di allora, n.d.t.), Huntington non stabilisce il concetto di civiltà africana a causa di diversi fattori, tra i quali il predominio di modelli sociali primitivi e la mancanza di controllo sulla natura. Il motivo principale si imputa al fatto che il clima torrido subsahariano non è adatto a entrare nell’era della civilizzazione. Ovviamente, pur essendo questa una teoria razzista tanto nella forma, quanto nella sostanza, è sopravvissuta fino a poco tempo fa nell’ambiente accademico occidentale.

Tutta questa prospettiva di superiorità nei confronti dell’Africa pare in contrasto con quanto successo in Gambia a gennaio: il presidente uscente, Yahya Jammeh, essendo proprio dell’uomo il desidero di custodire il potere, non voleva piegarsi al volere delle urne, che avevano decretato vincitore il rivale Adam Barrow. Il timore di una guerra civile ha portato i Paesi circostanti (sotto egida dell’ECOWAS e capitanati da Nigeria e Senegal) a intimare al perdente di lasciare il potere che deteneva dal 1994, a seguito di un colpo di stato. Il presidente uscente si è piegato di fronte all’ingiunzione, anche grazie alla mediazione di Mauritania e Guinea.

Mentre il vincitore delle elezioni presidenziali attendeva la nomina presso l’ambasciata gambiana a Dakar, le forze ECOWAS sono entrate in Gambia per mantenere l’ordine durante lo svolgimento delle operazioni di devoluzione del potere (con il supporto internazionale e l’avallo ONU), così che il volere del popolo è stato attuato senza spargimento di sangue, attraverso l’aiuto degli stati vicini, che si sono divisi i ruoli: chi stringeva la morsa sul piano militare, e chi faceva da mediatore.

Non si può evitare di comparare quanto successo in Gambia e quanto fatto dagli stati dell’Africa Orientale (che Huntington non riconosce come “civiltà”) con quanto il mondo arabo vive e sta vivendo dal 2011. In qualunque direzione si guardi, dalla Libia allo Yemen e passando dalla Siria, si prova dolore nel vedere come lo stato sia fallito, la Umma sia collassata, i popoli siano allo sbando e centinaia di migliaia di persone siano morte per permettere a una sola di mantenere il potere più a lungo.

Quando gli stati arabi adotteranno per la Siria lo stesso approccio che gli stati dell’Africa orientale hanno adottato per fronteggiare la crisi gambiana faranno sfoggio della fermezza e saggezza necessarie per fermare tutto questo sangue e distruzione, la crisi dei rifugiati, l’espansione del terrorismo e dell’estremismo. Inoltre, potranno contenere il dominio iraniano nella regione ed evitare le intromissioni russe.

Io penso però che i capi di Stato arabi non pensino alle conseguenze della crisi siriana sulla propria sicurezza interna e stabilità sociale, ma pensino che potrebbero ricorrere alla stessa violenza qualora si trovassero in situazioni simili. Questo è ciò che fa la differenza arabi e africani nell’affrontare le stesse difficoltà.

Penso anche che Huntington, se fosse ancora vivo e comparasse le crisi e le azioni intraprese dagli stati circostanti nei casi siriano e gambiano, rivaluterebbe alcune sue opinioni, soprattutto quelle del meno noto “La terza ondata. I processi di democratizzazione alla fine del XX secolo”.

Marwan Kabalan, Fellow del Centro di Studi Politici e Strategici Siriano ed ex preside della Facoltà di Relazioni internazionali e diplomatiche presso l’Università di Kalamoon (Siria), collabora anche con numerose testate giornalistiche arabe.

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