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L’Europa ha fatto poco per la Siria, ora vuol fare ancora meno

Di Ibrahim Fayyad. Your Middle East (16/11/2014). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

All’inizio della primavera araba, la “promozione della democrazia” europea è stata messa alla prova. Per nostra amara sorpresa, le parole non sono corrisposte alle azioni. La risposta iniziale dell’UE è stata cauta e tiepida.

Un anno dopo lo scoppio delle rivolte, Štefan Füle, ex commissario europeo per la Politica di Vicinato e l’Allargamento, ha per primo ammesso che la “politica [dell’UE] nella regione non è stata sempre giusta”. È stato un modo gentile per dire che la politica comunitaria è stata a volte palesemente sbagliata.

Anni dopo la dichiarazione di Füle, l’Unione Europea non riesce ancora a rimettersi in carreggiata. Nella sua dichiarazione inaugurale, il nuovo presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, ha sottolineato che, nei confronti del Medio Oriente, l’UE “non può essere soddisfatta del modo in cui viene condotta al momento la sua politica estera”.

Mentre il conflitto in Siria si inaspriva, il ruolo dell’Unione emergeva ogni volta che un barcone carico di rifugiati disperati si rovesciava nel Mediterraneo, facendo giungere corpi senza vita sulle coste italiane.

Nell’ottobre 2013, un’imbarcazione con più di 500 rifugiati, soprattutto siriani, è affondata nei pressi dell’isola di Lampedusa. Il tragico incidente ha evidenziato il bisogno di un’azione da parte dell’UE – ed è esattamente ciò che ha fatto.

Tuttavia, Bruxelles non ha mobilitato le sue risorse per aiutare a porre fine al conflitto, non ha organizzato uno schema sulla migrazione per gestire meglio i flussi di rifugiati per condividere il peso con i Paesi vicini alla Siria. Invece, l’Unione ha deciso di fare altro.

Due mesi dopo la tragedia di Lampedusa, l’UE e la Turchia hanno segnato un “Accordo di Riammissione”. Tale accordo permette ai Paesi comunitari “di far tornare rapidamente (in Turchia) le persone che risiedono illegalmente sui loro territori”, citando le parole di Cecilia Malmström, ex commissario per gli Affari Interni.

Lo stesso giorno della firma dell’Accordo, l’UE ha dato il via ai negoziati per la liberalizzazione dei visti con la Turchia, che mira a permettere ai cittadini turchi di viaggiare in territorio europeo senza bisogno di visto. La liberalizzazione dei visti è legato “all’implementazione totale ed effettiva dell’Accordo di Riammissione”.

Per fare ciò, le autorità turche stanno chiedendo a siriani residenti in Turchia di registrarsi fornendo i loro dati e le loro impronte digitali, così da poter essere rispediti in Turchia se dovessero entrare in territorio europeo. Commentando l’Accordo, il presidente turco Erdogan ha detto che la Turchia non è un peso per l’UE, ma un Paese che allevia il peso dall’UE.

L’Accordo di Riammissione probabilmente non avrà un grande impatto sui flussi di rifugiati in Europa, poiché solo una piccola parte di essi arriva attraverso la Turchia. Tuttavia, l’Accordo riflette il disinteresse dell’UE nell’impegnarsi e nel condividere i fardelli dei suoi vicini, come schiettamente indicato dal presidente Erdogan.

Ibrahima Fayyad è uno studente di Scienze Politiche specializzato in Politiche Europee.

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Roberta Papaleo

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