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L’esercito ed il futuro politico dell’Egitto

Egitto
Le prospettive del paese dipendono dalle scelte che prenderà l'esercito.

Di Alaa Bayoumi. Al-Arabi al-Jadeed (28/11/17). Traduzione e sintesi di Cristina Tardolini.

Mohamed Morsi è stato il primo presidente, dal 1952 ad oggi, ad essere stato eletto e ad aver assunto il potere grazie alla libera scelta del popolo egiziano. Tuttavia, durante gli ultimi mesi della sua presidenza, i capi dell’esercito hanno condotto un nuovo colpo di stato contro questa breve esperienza verso una transizione più democratica e, come al solito, è stato l’Egitto ad averne pagato le conseguenze peggiori.

Sin dal 1952, infatti, i leader dell’esercito hanno controllato direttamente tutte le varie istituzioni del governo egiziano: i Liberi Ufficiali occuparono molte cariche statali, da quella di presidente a quella di ministri e funzionari. Tuttavia, durante il governo dei generali Nasser, Sadat e Mubarak gli egiziani sono stati sottoposti a continui isolamenti politici e, dopo all’incirca sessant’anni di dragaggio politico, il paese non ha élites o istituzioni politiche che siano esperte e ben preparate a subentrare al posto della dittatura militare.

Invece di guidare il processo di transizione in modo graduale, l’esercito e i suoi comandanti hanno condotto nuovamente un colpo di stato contro la breve transizione democratica, hanno gettato i leader eletti nelle carceri e hanno represso le forze di opposizione in vari modi, ad esempio attraverso l’uccisione di centinaia di manifestanti, sparizioni forzate e decine di migliaia di uomini imprigionati e torturati. Durante il colpo di stato contro Morsi, l’esercito egiziano ha beneficiato del supporto degli stati autoritari del Golfo e di Israele, dei timori del caos in Medio Oriente dopo il fallimento delle rivoluzioni, così come della debolezza dell’opposizione.

Dal luglio 2013 l’esercito è tornato a governare l’Egitto; la domanda che devono farsi ora i leader dell’esercito è: quale futuro intendono dare al loro paese? Il loro dominio diretto durante il governo di Gamal Abd el-Nasser portò alla sconfitta nel 1967 e durante le epoche di Sadat e Mubarak non portò ad una vera rinascita economica o ad un serio sviluppo politico. Durante l’attuale regime militare, enormi risorse sono state sprecate in grandi progetti senza un chiaro ritorno economico.

L’Egitto ha perso due isole strategiche nel Mar Rosso e si è avvicinato ad Israele, alle forze tiranniche della regione e alla destra occidentale radicale. Il rifiuto al cambiamento, la conservazione delle condizioni esistenti, il limitato movimento in atto e la mancanza di una visione chiara per il paese, nonché di progresso politico ed economico non porterà alcun ritorno positivo all’Egitto e al suo popolo.

Ad oggi l’esercito egiziano sembra avere due scelte: la prima è quella di continuare il percorso intrapreso con tutte le sue lacune, il malcontento popolare e il ruolo politico delle forze armate; la seconda opzione è il ritorno ad una graduale ed ordinata transizione democratica che possa preservare il paese e le sue istituzioni dal pericolo di una nuova “esplosione”.

Alaa Bayoumi è uno scrittore e ricercatore egiziano.

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