Egitto Zoom

L’Egitto di Mohammed Sobhi

Di Samir Atallah. Asharq al-Awsat (18/05/2016). Traduzione e sintesi di Letizia Vaglia.

In Egitto torna in auge il dibattito sulla sua identità: sarà araba o egiziana? Ma se talvolta la disquisizione tocca livelli intellettuali abbastanza alti, in altre occasioni risulta priva di fondamento.

A mio avviso, questa questione continua a tornare all’ordine del giorno perché non si è mai raggiunta una vera conclusione.

Volendo fare un breve excursus storico, tale problematica si è affacciata alla coscienza moderna negli anni Trenta, per poi riapparire in fasi cruciali della cultura araba, vale a dire negli anni ’50 e ’60, il periodo dopo la Naksa, o dopo Camp David. Dunque, ogni qual volta l’Egitto affronta un periodo di forte crisi identitaria, il dibattito riprende vigore, poiché nel Paese vige un senso di forte autocritica che porta gli autoctoni ad analizzare tutti gli aspetti di quanto accade.

Il momento attuale è proprio uno di quei momenti, poiché si è creata una spaccatura nell’opinione pubblica sulla questione del blitz al sindacato dei giornalisti. Se da una parte troviamo coloro che chiedono a gran voce le dimissioni del ministro degli Interni, dall’altra parte la giornalista Safiyah Mustafa Amin dichiara che la libertà deve essere innanzitutto del popolo prima che della stampa, poiché oggi l’Egitto sta pagando a caro prezzo il suo passato.

Infatti, mentre il Paese appare dilaniato da diverse battaglie, come quelle del Sinai, dei tunnel, dei sindacati ecc., per la prima volta Daesh è uscito allo scoperto con i suoi soliti metodi, facendo apparire quasi frivole le altre preoccupazioni che affliggono l’Egitto. In questo contesto, Mustafa Amin fa notare proprio che, mentre il Paese si trova costretto a dover chiedere aiuti finanziari (nonostante in passato fosse tra i Paesi più ricchi), la stampa non fa altro che occuparsi di questioni secondarie, come gli stipendi della polizia e complotti vari.

Insomma, sia che la sua identità venga definita araba o egiziana, l’Egitto è un grande Paese in crisi. Per quanto ci riguarda, noi vogliamo che sia arabo e che mostri l’orgoglio arabo, poiché farne a meno significherebbe reggersi su un castello di carta. Ma se al contrario gli egiziani volessero distaccarsi da noi, dove si andrebbe a finire? I nostri destini sono legati. Tuttavia il fine ultimo non deve essere né egiziano, né arabo, ma connesso all’intera umanità.

Dunque è a questo che deve servire la grande potenzialità dello Stato egiziano, che non deve farsi ammaliare da inutili superstizioni e istinti tribali che lo porterebbero solo a una totale disgregazione. Il dibattito tra nazioni è la fonte viva della civiltà, ma se si trasforma in mera polemica rappresenta uno spreco di tempo ed energie.

Al contrario, nel mezzo di tutti questi inutili sprechi, dobbiamo riuscire a intravedere il vero volto dell’Egitto, ben raffigurato dell’artista Mohammed Sobhi che dedica la maggior parte del suo tempo e del suo denaro all’assistenza dei poveri e dei bisognosi. E non si ferma neanche una volta a chiedere la città, la tribù o il quartiere di provenienza, ma offre semplicemente il suo aiuto incondizionato, onorando la grandezza del popolo egiziano.

Samir Atallah è giornalista, scrittore e analista politico libanese.

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Redazione

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