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Leggere “Frankenstein a Baghdad”

Di Harith Hasan. Al-Monitor (18/03/2014). Traduzione e sintesi di Laila Zuhra.

L’Iraq è uno dei Paesi con il più alto tasso di violenza politica al mondo e, benché molto sia stato scritto circa le ragioni soggiacenti alle continue violenze e alla diffusione di gruppi armati e terrorismo, gli iracheni non riescono a comprendere il processo che porta alcuni giovani a trasformarsi in kamikaze aspettandosi una ricompensa divina per l’atto compiuto; a spiegarsi l’esistenza di un interesse politico in questo genere di attentati; a giustificare il fallimento delle forze di sicurezza irachene nello sviluppare piani di sicurezza efficaci.

In questa generale assenza di soluzioni politiche, che ha condotto molti iracheni verso la disperazione, al punto da accettare la violenza come parte della routine quotidiana, sono l’arte e la letteratura a caricarsi del compito di affrontare la questione della violenza e del suo impatto sulla vita dei cittadini, a volte ricorrendo alla fantasia. È quanto ha fatto lo scrittore Ahmed Saadawi nel suo romanzo “Frankenstein a Baghdad”, in lizza per l’Arabic Booker Prize di quest’anno. Il romanzo ruota attorno a un personaggio senza nome, versione irachena di Frankenstein, creato da un netturbino con i resti delle vittime di esplosioni. Questo nuovo Frankenstein si trasforma, successivamente, in un essere vivente che vendica l’uccisione di coloro da cui è composto il suo corpo.

Come per ogni lavoro letterario o artistico, l’elemento fantastico in questo romanzo è suscettibile di molteplici interpretazioni, ma è immediato il riferimento al sentimento di impotenza per la violenza che vive l’Iraq e al desiderio di giustizia. Lo stesso Saadawi precisa che l’elemento fantastico non è che uno solo degli aspetti del romanzo, il quale racchiude in sé anche una dimensione politica e sociale. Lo scrittore vede la figura di questo personaggio senza nome come l’incarnazione delle questioni politiche, sociali, psicologiche, metafisiche e morali del Paese, e ritiene che il groviglio politico formatosi in Iraq nel 2003 non sia riuscito a delineare un’azione comune o a mettere a punto un programma per aiutare il Paese a risollevarsi, sicché la forma e l’identità dello Stato sono diventate ambigue, proprio come il nostro protagonista.

Questa tendenza a trattare l’argomento della violenza politica tramite il mezzo letterario, rappresenta una nuova frontiera del tentativo di intellettuali iracheni di spiegare le difficoltà del Paese e di raccontarle al mondo. Mentre sembra che la classe politica irachena se ne sia lavata le mani, infatti, artisti e scrittori si sono fatti carico di comprendere, interpretare e mettere a nudo questa oppressione.

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Roberta Papaleo

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