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Le Stelle di Sidi Moumen: una storia del marocchino Mahi Binebine

di Claudia Kramatschek (Qantara.de 07/09/2012). Traduzione di Claudia Avolio.

Quando il 16 maggio 2003 la città portuale marocchina Casablanca è stata colpita da una serie di attacchi coordinati, in un istante il clima politico della nazione ne è stato alterato. Il Marocco – sino a quel momento immune dal terrorismo, di colpo si è ritrovato bersaglio di AlQaeda. Si è presunto che la rete terroristica fosse responsabile degli attacchi, che hanno preso di mira solo target ebraici ed occidentali. Re Mohammed VI ha subito dichiarato che la lotta al terrorismo sarebbe diventata da allora tanto importante quanto il processo democratico e l’ammodernamento della sua nazione. C’è stato in effetti un legame con l’Islam radicale in questi attacchi. Chi li ha perpetrati -16 giovani, di cui 12 rimasti uccisi negli attentati – afferiva all’organizzazione Salafia Jihadia, fuorilegge in Marocco e finora accusata dal governo di avere legami con AlQaeda.

Eppure è altrettanto importante notare che tutti e 16 questi giovani provenivano dal quartiere disagiato alla periferia della città. Come molti altri marocchini, Mahi Binebine – novellista e pittore nato a Marrakech nel 1959 – è rimasto scioccato da come questi ragazzi fossero disposti a morire in quel modo. Binebine aveva vissuto a Parigi dal 1980, ed era tornato in Marocco solo l’anno prima degli attentati, nel 2002. Abituato, nei suoi romanzi, a gettare una luce sulle figure ai margini della società, ha iniziato ad esplorare il quartiere di Sidi Moumen, ritornandovi più volte nel corso di cinque anni. La versione originale della storia, “Les Étoiles de Sidi Moumen”, è stata pubblicata nel 2010. È il personale tentativo dell’autore di capire i requisiti-chiave che richiede il terrorismo di questa natura, mostrandoci le condizioni in cui crescono questi ragazzi, e dando loro una voce. Il narratore in prima persona Yachine vive nel quartiere – non molto di più di un quintale di spazzatura ammassata. La notte, Yachine divide un’angusta e umida stanza con cinque membri della sua famiglia: un posto impregnato di naftalina e assordato dal russare.

Di giorno, invece, il dodicenne Yachine gioca a calcio coi suoi amici sulle montagnole di rifiuti, nella squadra che per nome ha proprio “Le Stelle di Sidi Moumen”: momenti di felicità sottratti a un luogo in cui morte e decadenza la fanno da padrone, aspetto che l’autore non cerca certo di tenere nascosto. Ma Dio – e Yachine lo sa bene – se ne è andato molto tempo fa da Sidi Moumen. Qui, come ammette laconicamente a un certo punto del racconto, “la Morte era parte del quotidiano. Non era così terribile. Gente arrivava e se ne andava, viveva e moriva senza che per questo la nostra miserabile condizione dovesse cambiare. Della Morte avevamo fatto una parte di noi. Eravamo la dimora su cui riposava la sua testa. La Morte era un nostro alleato. Lui serviva noi, noi servivamo lui”. Ma i personaggi di Binebine, lontani da essere solo un convoglio per idee come questa, mostrano anche altri aspetti di quel quotidiano. L’umiliazione all’interno della famiglia, che spesso significa violenza da parte del padre, mancanza di prospettive, non riuscire a dare un senso alle cose.

L’amico di Yachine per esempio, Ali, viene regolarmente picchiato dal padre, mentre Nabil, l’attraente figlio della prostituta del luogo, è al contempo oggetto del desiderio e dell’odio. Yachine e gli altri, sotto l’effetto delle droghe, lo sottoporranno perfino a un’aggressione sessuale. Se si segue il tenore del romanzo di Binebine – che parte dal caso specifico per avviare una riflessione e una ricerca più ampie – si comprende come l’Islam radicale abbia sfruttato questo clima opprimente di una realtà priva di prospettive promettendo un futuro diverso nella prossima vita. Un giorno Hamid, il fratello maggiore di Yachine, incontra Abu Subair, influente figura, detto l’emiro. L’emiro fa subito avere a Yachine e ai suoi amici un lavoro, poi insegna loro il giusto cammino per giungere a Dio e li inizia al kung fu: molto presto non c’è più altro scopo nella loro vita che seguire la religione e lavorare. Quando i giovani sono finalmente introdotti in un campo d’addestramento – dove imparano ad usare le armi e si impegnano a compiere il proprio distorto dovere di “musulmani” – è solo la logica conclusione di un processo d’indottrinamento condotto con tutte le cure del caso. Così, l’autore del romanzo mostra ai lettori il metodo “acchiappa-topi” con cui si reclutano i futuri jihadisti. Mette in luce come la povertà possa fornire al terrorismo un terreno ideale e fertile, pur senza giustificare il terrorismo confinandolo semplicisticamente a questo aspetto. Ciò che Binebine ci consente è soprattutto di addentrarci sempre più a fondo nella mentalità di Yachine ad ogni passo del suo graduale indottrinamento. In questo modo possiamo forse capire come appare il mondo a un’anima affamata che è lentamente ed inesorabilmente condannata al jihad: laddove noi vediamo odio, Yachine sperimenta per la prima volta un istante di dignità.

Quando ci rendiamo conto che Yachine sta andando incontro alla sua morte, il ragazzo sente che c’è ancora un senso nella sua vita apparte quelle strade: “Abbiamo aperto il nostro cuore a Dio ed Egli ci ha riempiti col Suo spirito. Ne abbiamo abbastanza di essere perseguitati, abbastanza della volgarità e delle risse senza senso. Ne abbiamo abbastanza di questa vita da cani, sul cumulo di rottami degli infedeli”. Yachine descrive il fatale arrivo della sua dipartita – ha solo 18 anni – guardando indietro fino all’evento, come se fosse già morto. Questo permette a Binebine di osservare e spiegare il terrorismo da fuori, e al contempo dall’interno che guarda verso l’esterno. In fondo Binebine – a tratti un po’ troppo melodrammatico verso la fine del romanzo – non vuole né mascherare né condannare la realtà. E nel suo racconto descrive anche gli aspetti felici della vita a Sidi Moumen. Ci dice che questi sono ragazzi i quali desiderano una vita normale. Giovani che, nonostante ne divengano i perpetratori, sono in realtà vittime delle ingiustizie sociali. Binebine potrà anche non esprimere a gran voce il suo monito, ma resta comunque certo che finché questa disparità non cambierà, e finché il gap crescente tra ricchi e poveri sarà deliberatamente ignorato, ci saranno sempre quelli che aspireranno ad essere i prossimi kamikaze di Sidi Moumen.


Claudia Avolio

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