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Le paure della Tunisia

Tunisia Libia

Di Salah al-Din al-Jorashi. Al-Araby al-Jadeed (08/02/2016). Traduzione e sintesi di Chiara Cartia.

Più si avvicina lo spettro di un attacco militare contro Daesh (ISIS) in Libia, più aumentano i timori dei tunisini riguardo le conseguenze che ricadranno sul loro paese, già scosso dalla crisi economica e sociale. Per questo motivo, il presidente Beji Caid Essebsi ha avuto ragione nel dire ai leader occidentali che qualsiasi soluzione proposta in Libia deve essere raggiunta accordandosi prima con i paesi vicini e prendendo in conto i loro interessi in caso di un intervento militare. Ha anche ricordato che la continua instabilità in Libia pone una minaccia diretta alla Tunisia ed è un fattore che influenza negativamente la sua economia. La Tunisia rimane, infatti, il paese più vulnerabile alle conseguenze della crisi in Libia.

Nei miei articoli precedenti, dicevo che agli occhi dell’Occidente il 2016 sarebbe stato un anno cruciale nella lotta contro Daesh, non solo in Iraq e in Siria, ma anche in Yemen e in Libia. Le disposizioni che stanno prendendo forma nel Levante sono organicamente legate a quelle prese nel Maghreb, perché gli programmi strategici politici e militari sono stati applicati all’intera regione, ridotta così a un’unità singola e indivisibile. La mente occidentale ha fatto errori giganteschi nello stimare e predire rischi e pericoli. I libici, i tunisini e gli algerini hanno tutti paura di un intervento militare che la Nato programma da mesi. Questo perché qualsiasi errore fatto dalla leadership militare della Nato può causare cambiamenti pericolosi e radicali in quei paesi, specialmente in Tunisia, che non è stata capace di mitigare il livello di fragilità che sperimenta dai tempi della rivoluzione.

Questa non è solo l’opinione del presidente, che è direttamente responsabile per la politica diplomatica tunisina. Il suo punto di vista è condiviso da molti ex-diplomatici tunisini, tra cui l’ex ministro degli esteri ed ex Capo della missione di peacekeeping dell’ONU in Mali, Mongi Hamdi, che durante un suo recente incontro con Essebsi ha detto: “Un intervento militare in Libia avrebbe delle conseguenze serie in Tunisia, in particolare con le circostanze sociali ed economiche attuali nel paese”.

C’è un consenso tra i libici e i governi arabi vicini, così come le forze occidentali, riguardo la necessità di sradicare ed eliminare Daesh, e di impedire all’organizzazione di continuare ad espandersi e di controllare i pozzi petroliferi. Il vero problema, tuttavia, risiede negli interessi conflittuali, nelle considerazioni e le visioni proprie ad ogni parte in gioco. Per esempio, le considerazioni degli egiziani non sono allineate a quelle dei tunisini o degli algerini. Inoltre, le bussole dei gruppi armati e delle fazioni all’interno della Libia non puntano nella stessa direzione, dato che le principali forze di Tripoli continuano a rifiutare alcuni aspetti della soluzione politica lanciata sotto gli auspici dell’ONU.

Per questo Essebsi crede che la soluzione della crisi libica debba passare attraverso un accordo politico, che il governo basato sul consenso nazionale debba essere approvato rapidamente e le potenzialità della comunità internazionale, in particolare dei paesi limitrofi, debbano essere sfruttate.

Non dobbiamo dimenticare di prendere in considerazione che i gruppi armati tunisini stanno aspettando da più di due anni di avere le condizioni adatte in Libia per sferrare un attacco nel sud della Tunisia, convinti che l’esercito e le forze di sicurezza nel paese non sarebbero capaci di resistere né di perseverare. La cancelliera Angela Merkel ha rassicurato il presidente tunisino dicendogli che le frontiere con la Libia saranno salvaguardate, ma sarà sufficiente se le disposizioni militari non saranno accompagnate da un programma serio per fornire una sicurezza economica e sociale in quest’area vitale della Tunisia?

Salah al-Din al-Jorashi è un giornalista tunisino.

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Roberta Papaleo

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