Medio Oriente Zoom

Le opzioni del mondo arabo: frammentazione o cementificazione?

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Di Raghida Dergham. Al-Hayat (06/06/2015). Traduzione e sintesi di Angela Ilaria Antoniello.

La coalizione internazionale anti-Daesh (ISIS) è uscita dall’incontro di Parigi con lo scopo di correggere le carenze strategiche dell’alleanza, con una strategia altrettanto deficitaria. Di fatto, tra i 24 ministri degli Esteri manca un’unione di intenti, siano essi militari, tattici o politici, su Siria e Iraq. L’amministrazione americana, ma anche il ministro della Difesa tedesco che ha fatto riferimento all’idea americana di “pazienza strategica”, non prevedono progressi repentini nella lotta contro lo ‘Stato Islamico’.

Questo gruppo è un fattore determinante per la frammentazione degli arabi essendo la sua una guerra contro gli arabi e non contro i Paesi islamici, ed essendo la maggior parte dei suoi membri araba. La Repubblica Islamica dell’Iran vede giustamente Daesh come una minaccia esistenziale, ma lo Stato Islamico è il nemico numero uno degli arabi, non dell’Iran. Per questo motivo, chi crede che Daesh sia una reazione naturale all’espansione iraniana nella regione araba, o chi lo vede come un escamotage dei sunniti per contrastare gli sciiti, è complice della metodica distruzione da esso operata nei confronti dei popoli e dei Paesi arabi.

C’è la necessità strategica ed esistenziale degli arabi di schiacciare Daesh. Se la coalizione internazionale non riuscisse a sviluppare una strategia globale, i Paesi arabi dovranno sedersi al tavolo decisionale, perché la “pazienza strategica” equivarrebbe alla loro scomparsa. Si tratta di un bisogno che non tocca solo Iraq e Siria, ma anche lo Yemen e i Paesi del Golfo. Quest’ultimi, in particolare, devono correggere gli errori commessi in Iraq, Siria e Libia e prendere l’iniziativa in Yemen.

Oggi lo Yemen è il banco di prova delle relazioni tra gli USA e il Golfo. Washington non percepisce lo Yemen dal punto di vista della coalizione araba, che lo vede come una questione di sicurezza nazionale saudita, e schernisce il sentimento arabo che sostiene l’intervento arabo in Yemen in risposta allo sconfinamento dell’Iran nel mondo arabo.

Potrebbe, quindi, essere nell’interesse saudita evitare di finire in una guerra di logoramento in Yemen. Ovviamente, ciò richiede una nuova e audace strategia militare e/o una strategia di uscita, ricorrendo magari alle Nazioni Unite che potrebbero essere parte di questa strategia. A ciò bisognerebbe unire un nuovo progetto che unisca la riconciliazione nazionale, basata sul federalismo, con un progetto di più ampia scala per riparare i danni nel rapporto tra Golfo e Yemen.

La logica di una strategia di uscita va oltre lo Yemen e finisce per coinvolgere i rapporti americano-sauditi nei loro molteplici aspetti: dalle questioni securitarie alle politiche petrolifere. La strategia principale che i leader del Golfo devono prendere seriamente in considerazione è quella di studiare attentamente gli errori tattici che hanno portato la regione araba alla situazione attuale. Ad esempio, in Iraq, sono stati fatti molti errori: i Paesi del Golfo si sono astenuti dall’impegnarsi lasciando all’Iran un vuoto da riempire. Oggi, l’Iraq sta cadendo in una sanguinosa guerra settaria. Nessuno è innocente quando si tratta di Iraq, proprio come nessuno è innocente quando si tratta di Siria.

Il primo ministro iracheno, Haidar al-Abadi, a Parigi ha presentato un piano che è stato accolto con “forte sostegno”. Abadi, al quale è stato chiesto di tenere a freno la cosiddetta “Mobilitazione Popolare”(una milizia sciita sostenuta dall’Iran che lotta contro Daesh), ha promesso di promuovere la riconciliazione tra le varie componenti del suo popolo.

L’Iran è stato il partecipante “assente ma presente” alla riunione. Teheran si sta presentando come un partner affidabile per gli Stati Uniti, un partner in grado di combattere lo Stato islamico in Iraq attraverso la milizia “Mobilitazione popolare” e la Siria con tutti i mezzi, anche sostenendo il regime di Damasco.

L’Iraq ha bisogno di un serio sostegno arabo e internazionale per sconfiggere Daesh senza diventare un satellite iraniano o essere diviso in tre Paesi. Questa settimana, l’Arabia Saudita ha nominato un ambasciatore in Iraq, dopo 25 anni di distacco politico tra le due nazioni a seguito dell’invasione di Saddam Hussein del Kuwait nel 1990.

La guerra allo Stato Islamico in Siria ha dinamiche diverse rispetto all’Iraq. Laurent Fabius ha detto ai partecipanti alla riunione di Parigi che le operazioni militari da sole non respingeranno Daesh e che nel Paese è necessario un processo politico sotto la supervisione delle Nazioni Unite. Però In Siria, né la Russia né l’Iran approveranno un processo di transizione politica porterebbe alle dimissioni di Assad. La Siria si muove verso la perdizione, intanto nessuno sembra avere fretta di spingere il Paese dal precipizio.

L’amministrazione Obama è dedita all’intento di voler lasciare come eredità la creazione di un partenariato con l’Iran. I colloqui nucleari sono la priorità assoluta. Così la regione araba si sta muovendo verso un ulteriore collasso, eppure a tutti gli interessati è stato chiesto di osservare la “pazienza strategica”. Pertanto, non vi è altra scelta che prendere seriamente in considerazione le altre opzioni strategiche per la regione araba per fermare lo scivolamento verso la frammentazione.

Raghida Dergham è editorialista e corrispondente diplomatica di Al-Hayat.

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Roberta Papaleo

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