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Le lezioni imparate dai fatti di Charlie Hebdo

Di Robin Fimcox. Foreign Affairs (11/01/2015). Traduzione e sintesi Carlotta Caldonazzo.

A meno di non voler vedere dietro questi fenomeni intricate trame di intelligence, l’attacco al settimanale satirico francese Charlie Hebdo, nel quale sono morte 17 persone, non è stato il primo atto terroristico di matrice islamica in Francia. Azioni simili hanno colpito l’Esagono dal 1995, e da decenni interessano l’intero “Occidente”. Molti combattenti dei cartelli del jihad di Daish (conosciuto in Occidente come Isis) non sono né iracheni né siriani, e oltre che dai Balcani e da altri teatri di interventi umanitari, provengono dal Vecchio Continente.

Il modello sociale imposto a livello globale è esclusivo e fondato sulla dialettica vittime-carnefici. Una fetta consistente della società resta ai margini, anzi ne esce in proporzioni sempre più preoccupanti. Se si accrescono le fila di chi non ha nulla da perdere né una prospettiva esistenziale da realizzare, di chi considera preclusa ogni opportunità di migliorare la propria situazione, aumenta il numero di chi non attribuisce alcun valore all’esistenza. Soprattutto se le autorità tentano in tutti i modi di convertire i loro cittadini alla religione dell’individualismo demenziale, che contribuisce alla diffusione capillare della violenza nelle sue molteplici manifestazioni. Dalle atrocità intenzionali alla follia del knockout game.

Come i fondamentalisti islamici in Algeria negli anni ’90 (ne dà un’efficace descrizione lo scrittore algerino Mohamed Moulessehoul, alias Yasmina Khadra), gli autori degli attacchi di Parigi, Porte de Vincennes e Montrouge avevano precedenti di crimini comuni. Sia i fratelli Kouachi (autori della strage nella redazione di Charlie Hebdo che hanno detto di appartenere ad al-Qaeda in Yemen), che Amedy Koulibaly (che ha ucciso un agente di polizia a Montrouge e ha tenuto in ostaggio clienti e lavoratori di un alimentari kosher a Port de Vincenne; si proclama militante Daish). Che fossero o meno coordinate le loro azioni, considerando anche che i cartelli del jihad di Daish e al-Qaeda in Siria due mesi fa hanno stipulato una sorta di accordo. Tutti e tre, secondo la versione ufficiale, hanno subito in carcere l’influenza di Djamel Beghal, franco-algerino arrestato per terrorismo.

Ad essere fallito già da tempo è un modello di integrazione sociale, perché come gli altri proposti finora non si fonda sull’instaurazione della giustizia sociale. Lo dimostrano le proteste nelle banlieues del 2005, quelle del nord del Regno Unito del 2001, quelle degli afroamericani negli Stati Uniti dello scorso anno. La strumentalizzazione del concetto di appartenenza e identità (religiosa, etnica, nazionale, comunitaria, tribale) finalizzata alla gestione del conflitto sociale crescente intensifica e al contempo diffonde la violenza. Contestualmente, la progressiva riduzione degli spazi di relazione, proiettati in gran parte in un mondo virtuale che dunque acquista crescente importanza, priva l’individuo di un aspetto essenziale dell’esistenza, il confronto dialettico, fondamento e motore indispensabile di qualsiasi movimento popolare costruttivo. Un meccanismo che crea terreno fertile per il reclutamento sia del crimine organizzato che delle organizzazioni terroristiche.

Vale la pena osservare che in prima fila al corteo di Parigi di domenica scorsa c’era il premier israeliano Benjamin Netanyahu, che non ha mostrato la stessa reazione di sdegno per l’assassinio del vignettista palestinese Naji al-Ali nel 1987 a Londra. Il primo ad aver perso la vita per le sue vignette.

Robin Fimcox è redattore di Foreign Affairs.

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Carlotta Caldonazzo

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