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Le conseguenze della crisi del Golfo

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Le conseguenze della crisi del Golfo sono molto gravi e queste non si limitano solo ai Paesi della regione

Di Ala Biyumi. Al-Arabi al-Jadeed (15/06/2017). Traduzione e sintesi di Veronica D’Agostino.

Le dure misure intraprese da Arabia Saudita, Emirati e Bahrein contro il Qatar – come la chiusura delle frontiere, dello spazio aereo e delle missioni diplomatiche – sono avvenute in una delle zone del mondo più ricche di risorse naturali e di benefici finanziari, che attira da sempre l’interesse delle maggiori potenze regionali e internazionali. La crisi vede in campo le potenze del Golfo più importanti e attive politicamente e si svolge in una regione instabile, contraddistinta da conflitti caldi e da potenze in fermento. Tutti questi fattori implicano che quello che sta attualmente accadendo avrà conseguenze di ampia portata anche una volta finita la crisi. Nessuno sa quanto durerà e quando finirà, ma alla luce delle forti posizioni prese da Riyad, Abu Dhabi e Manama, con il sostegno del presidente americano Donald Trump, sarà difficile per loro tornare indietro e accettare la reale richiesta del Qatar, ovvero rinunciare alla loro volontà estera.

Per ora, il Qatar è in grado di sopportare le conseguenze economiche dell’embargo che gli è stato imposto grazie alle sue vaste eccedenze finanziarie, mentre le conseguenze più importanti si riscontrano a livello di sicurezza nazionale. La crisi spingerà il Qatar a differenziare, ora più che mai, i suoi punti di forza, tagliando le importazioni di prodotti alimentari e espellendo i cittadini. Esso dovrà poi rivedere gli attuali rapporti economici, il proprio armamento e soprattutto gli accordi di difesa comune e le sue alleanze politiche: è noto che il Qatar vuole accelerare le pratiche per raggiungere un accordo di difesa comune con la Turchia e, in futuro, sarà costretto a cercare ulteriori partner al fine di ridurre la sua dipendenza da qualsiasi altra potenza, tra cui gli Stati Uniti.

Per ciò che concerne gli altri Paesi della regione invece, questa crisi rappresenta un duro colpo al Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), nonché ai rapporti che legano gli Stati membri e alla capacità di questi di coordinarsi politicamente, rilevando tutta la debolezza dell’istituzione. La crisi avrà poi un impatto economico a lungo termine su questi Paesi: gli investitori stranieri non si sentiranno più sicuri e probabilmente le potenze internazionali saranno costrette a ripensare alle proprie politiche nei confronti del CCG. Ciò ha già portato questi stati a una corsa agli armamenti, a stringere nuovi accordi di difesa e a garantirsi risorse energetiche. In altre parole, questa crisi ha esposto i paesi del CCG a maggiori ambizioni e a pressioni esterne.

Anche dal punto di vista degli equilibri regionali si hanno forti conseguenze: la coalizione in Siria tra Arabia Saudita, Qatar e Turchia è fallita, come pure le alleanze saudite costruite in Yemen con l’aiuto del Qatar. La crisi ha momentaneamente sollevato pressioni anche per l’Iran, il quale sarà spinto a rafforzare le proprie misure nei confronti di Iraq, Siria e Yemen. Anche la Turchia non è rimasta immune poiché, allineandosi con il Qatar, indebolirà la sua posizione in Siria e sarà costretta ad avvicinarsi di più all’Iran. Per quanto riguarda Libia e Yemen poi, la crisi non farà altro che aggravare la condizione di instabilità in cui già si trovano, provocando un inasprimento della guerra.

A livello internazionale infine, la crisi del Golfo ha aumentato le paure del mondo, soprattutto di quello occidentale, rappresentato da Donald Trump: la sua posizione avrà un forte impatto e molto probabilmente contribuirà ad accendere la crisi piuttosto che a calmarla. Le sue politiche irragionevoli porteranno le forze regionali e internazionali a competere tra loro per riempire il vuoto che si è creato nella regione: la Russia troverà campo aperto in Siria da un lato e potrà intervenire negli affari del Golfo dall’altro, mentre l’Europa sarà spinta a cercare un ruolo più efficace per proteggere la sua sicurezza e quella del mondo da Trump, prima dei suoi avversari.

Tutto questo significa, quindi, che ci troviamo di fronte a un crisi di grandi dimensioni, la quale porterà a ricostruire nuove alleanze, a riformulare gli accordi regionali e internazionali e a lanciare una nuova corsa agli armamenti, con il conseguente spreco di decine di miliardi di dollari in investimenti persi che invece potevano essere usati per favorire lo sviluppo della regione.

Tuttavia, la sfida più grande da affrontare è quella legata alle dittature della regione le quali, invece di rafforzare la propria stabilità interna attraverso lo sviluppo, aumentano il potere delle istituzioni e della legge. La crisi ha infatti messo in evidenza come le dittature arabe insistono per entrare in conflitti neutrali con le forze democratiche, determinate a distruggere ogni possibilità di cambiamento pacifico e graduale.

Ala Biyumi è uno scrittore e un ricercatore egiziano.

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