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L’avanguardia islamica dell’arte

Di Ángel Luis Sucasas. El País (31/03/2014). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Le avanguardie iniziarono verso la metà del 20° secolo, almeno per glia artisti del mondo islamico. L’iniziatrice fu Madiha Omar, che tra il 1944 e il 1945 ebbe una rivelazione leggendo un libro. Non era il Corano, ma uno studio universale sulla calligrafia della studiosa Nadia Abbott che includeva una sezione dedicata ai Paesi arabi. La Omar scoprì che un improbabile ponte era teso tra l’astrazione e l’alfabeto dell’islam. Cinque anni dopo, la biblioteca pubblica di Georgetown di Washington riceveva 22 quadri in cui l’artista irachena aveva messo in pratica la sua rivelazione.

Dopo quasi mezzo secolo, un’altra profetessa dell’arte in terra, la principessa Wijdan al-Hashemi di Giordania, tiene alta la bandiera di questa artista e di alti 56 nella mostra dal titolo “Riflessioni del cielo, meditazioni sulla terra”. Lo fa perché crede che “la cultura e l’arte sono l’unico linguaggio nel quale possiamo capirci. Gli accordi [politici, economici o militari] non significano niente per me; la storia dimostra quello che valgono. Ciò che mi interessa è essere capita in quanto donna giordana e come musulmana. Come posso farmi capire se non attraverso l’arte?”.

La mostra, esposta alla Casa de América di Madrid fino al prossimo 14 aprile, include 73 opere che costituiscono un ripasso dell’evoluzione dell’arte contemporanea dell’ultimo secolo reinterpretata dalla calligrafia araba: “Nel nome di Dio” di Samir Salameh mischia collage e acquarello; Jamil Hammoudi ricrea un proverbio arabo sull’uguaglianza con echi cubisti in “Le persone sono uguali”; le sagome in bianco e nero in “Creatori di tendenze” di Jeffar Khalidi ricordano l’arte di strada di Bansky. Per la principessa Wijdan non si tratta di mera imitazione: “Il fatto che gli artisti decidano di fondere avanguardia e calligrafia dimostra il loro desiderio di riaffermare la loro identità araba”.

"Amore", una delle opere della principesse Wijdan al-Hashemi
“Amore”, una delle opere della principessa Wijdan al-Hashemi

La principessa non è solo il volto diplomatico della mostra. Una vetrina ospita la parola “amore” in arabo scolpita su vetro di Murano; accanto, un quadro astratto dal titolo “Io sono te” ripete la stessa parola tra pizzichi di pittura viola su uno sfondo oscillante di toni verdi e gialli. Entrambe le opere sono firmate Wijdan. Far parte del movimento artistico aiuta la principessa a sentire molto più da vicino “l’effervescenza” culturale che sta vivendo il suo Paese. “Abbiamo creato un iniziativa chiamata “Museo Mobile”: un camion che ogni martedì viaggia di paese in paese per mostrare alle famiglie di contadini, specialmente ai bambini, che cos’è l’arte”.

Oltre alle parole di fratellanza culturale, la principessa serba anche parole dure per l’Occidente: “Gran parte degli stereotipi sull’islam sono causa dei grandi media, che ci piaccia o no. Ci dipingono come fanatici, terroristi e maltrattatori di donne, oppure pensano che la nostra religione proibisce l’arte”.

Sebbene la principessa sfoggi un candido ottimismo, riconosce che il ruolo dell’arte nella storia non produce molte reazioni: “Indicami una sola volta in cui l’arte sia servita per introdurre un qualche cambiamento politico o sociale. Conosco molti politici del mio Paese e del resto del mondo e gran parte di essi non ha nessuna idea dell’arte. Quindi sono pessimista per come vedo il mondo, con l’avanzare di fanatismi ed estremismi in tutte le culture. Ma ogni mattina, mi sforzo di essere ottimista per il miei 30 nipoti”.

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Roberta Papaleo

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