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L’attivismo di Riyad mette Washington con le spalle al muro

Di Zvi Bar’el. Haaretz (04/09/2015). Traduzione e sintesi Carlotta Caldonazzo.

Dopo appena otto mesi dalla sua ascesa al trono, il re saudita Salman Bin Abdulaziz ha lasciato il lussuoso albergo in cui aveva trascorso le sue vacanze a Tangeri, in Marocco, per compiere la sua prima visita ufficiale a Washington. Il Marocco, monarchia costituzionale stabile e moderata, risulta meta assai gradita ai re, in particolare a quelli sauditi. Qui Salman Bin Abdulaziz è riuscito a trovare un sicuro rifugio estivo, dopo che lo scandalo della chiusura di un tratto di spiaggia della Costa Azzurra aveva suscitato sdegno in molti. Una quiete abbandonata per partire, con i suoi tre aerei, per gli USA, dove i capi di stato sono più a loro agio a trattare da partner commerciali che a dialogare da leader democratici. Anche questa volta, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, ha parlato con il re saudita come se fosse il notabile di una piccola città intento a spiegare a un nobile in visita ufficiale l’andamento dei suoi investimenti.

A differenza di Egitto, Giordania e Israele, l’Arabia Saudita non ha bisogno dell’aiuto di Washington, ma sta per comprare due fregate da un milione di dollari ciascuna, dieci elicotteri da 1,9 miliardi di dollari, elicotteri Blackhawk e missili pac-3 per 5,4 miliardi di dollari. Per non parlare di un sistema di difesa missilistica ad alta sofisticazione. Cifre da capogiro, per quello che rappresenta solo l’ultimo degli accordi di cooperazione militare tra USA e Arabia Saudita. Dunque, Riyad, che comprando armi inietta linfa vitale nell’economia americana, si aspetta in cambio una lauta ricompensa diplomatica. Sono i suoi stessi interessi geopolitici infatti a farne un indispensabile alleato di Washington. Soprattutto ora che Riyad è riuscita a presentarsi alla comunità internazionale come un alleato prezioso contro i cartelli del jihad di Daish (ISIS), nonostante le donazioni di molti “benefattori” sauditi a formazioni islamiche radicali, tra le quali alcune di quelle che in Siria combattevano contro il presidente Bashar al-Assad. Inoltre, l’Arabia Saudita ha sempre tentato (con esiti catastrofici, come dimostrano le guerre civili in Siria e Yemen) di imporsi a discapito della potenza regionale iraniana, dimostrandosi un valido argine anche di fronte alla Russia (che in Siria sostiene Assad come l’Iran).

D’altronde, gli USA ormai vengono considerati nel Golfo un Paese confuso, sconfitto in Iraq, e incapace di risolvere il conflitto siriano e di portare a buon fine il processo di pace israelo-palestinese. Quanto all’Egitto, Washington ha avuto la “colpa” prima di sostenere (con distacco) il vecchio regime di Hosni Mubarak, e di aver in seguito preso “troppo timidamente” posizione per l’attuale presidente Abd el-Fattah El Sisi. Infine, imperdonabile errore dal punto di vista saudita, gli Stati Uniti hanno “ceduto” firmando l’accordo con Teheran sul nucleare e aprendo la prospettiva alla rimozione delle sanzioni internazionali. Una raffica di dimostrazioni di incertezza, che potrebbe aver indotto Salman Bin Abdulaziz a verificare che le politiche statunitensi in Medio Oriente siano rimaste sostanzialmente le stesse.

Nell’insicurezza dominante, mentre il suo predecessore mirava a portare Riyad in prima linea nei conflitti regionali, l’attuale monarca saudita ha infatti una strategia di contenimento, che include persino un’apertura parziale nei confronti dell’Iran, a condizione di ridurne il peso geopolitico. Più incline a sostenere l’Egitto che la Turchia (governata da un partito vicino ai Fratelli Musulmani), re Salman sembra volersi impegnare soprattutto per la sconfitta degli Houthi sciiti in Yemen e per la deposizione di Assad in Siria. Due potenziali motivi di discordia, non solo con Washington, ma anche con la comunità internazionale. Sempre che debellare i cartelli del jihad sia una reale priorità.

Zvi Bar’el è analista per le questioni del Medio Oriente di Haaretz.

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Carlotta Caldonazzo

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