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L’attentato di Beirut e gli avvertimenti per i nemici di Assad

Di Michael Young. The National.ae (21/10/12). Traduzione di Alessandra Cimarosti.

La morte del generale Wissam AlHassan, venerdì, nel quartiere di Beirut Ashrafieh, è stato un messaggio inviato in varie direzioni. Ma soprattutto è stato un colpo devastante per l’ex-primo ministro Saad Hariri e per la Coalizione 14 Marzo che si oppone alla Siria.

In qualità di capo del Dipartimento di Informazioni delle Forze di Sicurezza Interna, AlHassan sapeva molto. Tra le figure di sicurezza pro-14 Marzo, era probabilmente l’uomo con la più grande intuizione –  insieme al suo superiore Ashraf Rifi – nei lati più oscuri della politica libanese.

AlHassan era stato a lungo nel mirino dei siriani e di Hezbollah, ma come è tipico dell’intelligence mondiale, era stato in contatto regolarmente con il capo dei servizi di intelligence di Hezbollah. Aveva anche strizzato l’occhio ai siriani quando Hariri aveva negoziato un riavvicinamento difficile con Damasco, dopo le elezioni del 2009, sotto la pressione saudita. Il generale aveva poi giocato un ruolo centrale nel recente arresto del pro-siriano ed ex-ministro Michel Samaha che era stato accusato di aver pianificato gli attacchi in Libano, con l’aiuto di Ali Mamluk, un alto funzionario della sicurezza siriana. Molti osservatori, a ragione, hanno interpretato l’uccisione di AlHassan come la vendetta della cattura di Samaha e infatti salta subito all’occhio che il generale è stato ucciso nei pressi della casa di Samaha.

Allo stesso tempo però, l’uccisione di AlHassan è stata molto più di una vendetta. È stata anche un avvertimento per Hariri che era lo sponsor politico del generale. L’ex-primo ministro aveva lasciato il Libano nell’aprile del 2011, in parte perché temeva un assassinio. La morte di AlHassan gli assicurerà la lontananza dal Libano ancora per molto tempo, lasciando un vuoto nelle fila della politica sunnita. Hariri aveva anche assistito i ribelli siriani ed è probabile che AlHassan avesse supportato la sua agenda. Con la sua eliminazione i libanesi del presidente siriano Bashar AlAssad avranno molti problemi.

AlHassan, un sunnita del nord del Libano, aveva un occhio di riguardo per i movimenti islamisti della sua zona di origine. Si era infiltrato in molti gruppi islamisti a Tripoli. Con la sua morte, le Forze di Sicurezza Interna avranno bisogno di tempo per ricostruirsi un database. In un momento in cui gli islamisti del nord si stanno mobilitando in favore della rivolta siriana, ciò è preoccupante in quanto significa che lo stato ha minori possibilità di capire ciò che sta succedendo. Anche il generale Rifi è del Nord e quindi probabilmente compenserà parte del vuoto nell’intelligence; ma per la fine di quest’anno dovrebbe andare in pensione.

L’uccisione di AlHassan è stata anche un messaggio più ampio nei confronti della classe politica libanese e in particolare, nei confronti del presidente Michel Sulemain, facendogli capire che saranno puniti nel caso in cui si allontanassero da Damasco. In seguito al caso di Samaha, Sulemain, così come il primo ministro Najib Mikati, sono diventati sempre più espliciti riguardo alla destabilizzazione da parte della Siria, del Libano. Adesso possono toccare con mano le conseguenze: l’armonia libanese potrà essere minata in qualsiasi momento, portando ad uno scontro rovinoso sunnita-sciita.

La domanda è chi ci sta dietro gli attacchi che hanno ucciso AlHassan e ferito circa 80 persone? L’opinione prevalente è che la Siria ha ordinato tale operazione, operazione che però è stata messa in atto da Hezbollah che da solo ha le giuste reti per sapere i movimenti di AlHassan in tempo reale. Samir Geagea, capo del partito Forze Libanesi, ha accusato la Siria e i suoi alleati libanesi, sottintendendo Hezbollah. Il leader druso Walid Jumblatt ha incolpato Assad, ma non Hezbollah esplicitamente, soprattutto per evitare di cadere in una trappola.

Si pensa poi che la Siria abbia arruolato persone per provocare scontri settari, visto che Hezbollah era riluttante a farlo nel nome della Siria. Nonostante la sua vicinanza al regime di Assad, non avrebbe voluto provocare discordie tra sunniti e sciiti che sarebbero potute sfociare in uno destabilizzante conflitto civile. Se fosse vero, come si spiega allora l’assassinio di AlHassan? È possibile che Hezbollah, se è stato effettivamente coinvolto nel delitto, abbia avuto poca libertà di scelta nel rifiutare la richiesta siriana di sbarazzarsi del generale. Molto più probabilmente, ha avuto il suo vantaggio nel rimuovere un uomo che era ritenuto il migliore per succedere al generale Rifi, concludendo che le tensioni settarie si sarebbero potute tenere a bada. Soprattutto, c’è stato un beneficio nel rimuovere un sunnita che era a capo di un’ istituzione e che aveva le competenze per poter fronteggiare Hezbollah in un post-Assad.

AlHassan non era uno sprovveduto. Aveva visitato Damasco per un incontro con Assad quando Hariri aveva migliorato le relazioni con la Siria. Nessuno può negare le qualità di un ottimo capo di intelligence, e lui sicuramente lo era. Un rimpiazzo non sarà trovato facilmente.


Alessandra Cimarosti

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