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L’arabo usato dagli islamisti, un fascino illusorio che rischia d’incantare

islam

Di Alex Rowell. Now Lebanon (16/07/2014). Traduzione di Claudia Avolio.

In copertina “Bilad ash-Sham” (Levante), opera calligrafica dell’artista siro-palestinese Ahmad Salma

Circa un anno fa sono andato a trovare un amico giordano ad Amman. Da convinti atei quali siamo, mentre la bottiglia di Black Label si svuotava, la nostra conversazione è caduta – come spesso accade – su un tema sempreverde. Le desolanti elevate posizioni dei Partiti di Dio della regione, in tutte le loro forme e sembianze.

“Senti, lascia che ti mostri qualcosa”, ha detto d’un tratto, impugnando il telecomando. “Ecco perché oggi i secolaristi non possono battere gli islamisti”. Sintonizzandosi su uno tra almeno una decina di canali islamici, abbiamo ascoltato un predicatore avvolto in un drappo disquisire degli sconfinati splendori della retta via. “Ascolta l’arabo classico di questo tizio”, ha esclamato il mio amico con sincera ammirazione: “Non gli richiede alcuno sforzo”.

Ed era davvero così: senza la minima pausa o esitazione, l’imam stava riempiendo la stanza con la melodia dei vocaboli arabi del VII secolo ed ogni singola lettera era adornata proprio col corretto svolazzo diacritico. Immaginate qualcuno che parli in modo mellifluo nella lingua di Shakespeare e avrete un’idea dell’effetto oratorio.

“Ora compara questo con quei tizi”, ha detto il mio amico incappando in un talk-show politico con protagonisti due giordani in giacca e cravatta, senza barba. Maldestri in modo lampante nell’aver a che fare con l’arabo classico che – com’è in genere uso – si è costretti a parlare in TV (ed è probabile sia l’unico momento in cui lo parlano) il contrasto nello stile era un disastro.

Con un orrendo tono monocorde, ad ogni parola seguiva un “ehm…” nella frenetica ricerca all’interno del loro limitato lessico mentale del nome o dell’aggettivo più consoni. “Non importa che quel che stanno dicendo sia mille volte più illuminante della propaganda islamista”, ha commentato il mio amico: “Chi potrebbe ascoltare una cosa del genere per più di 30 secondi?”.

Quel pensiero mi è balenato di nuovo nella mente una settimana fa quando ho guardato un altro islamista – il miliziano religioso nonché fuggitivo Ahmad al-Assir – montare una diatriba lunga 11 minuti contro i “liberali” (quanta enfasi ha posto su questa parola!) del movimento libanese moderato sunnita al-Mostaqbal (Futuro).

Sicuro della sua ampiamente dimostrata scioltezza in arabo classico, Assir ha fatto ricorso al dialetto per sferrare la sua stilettata più personale diretta al leader di al-Mostaqbal Saad Hariri “che non sa mettere in fila due parole in arabo”. Il riferimento era al famoso arabo classico traballante dell’ex-primo ministro – esempio memorabile è il discorso in parlamento del 2009. Ma Assir non stava cercando di segnare dei punti in campo letterario.

Il suo obiettivo era indebolire la legittimità religiosa – e poi politica – di Hariri come rappresentante dei sunniti del Libano. Era un’affermazione della supposta autenticità, dell’incrollabile arabicità dell’islamismo comparato al logoro e decadente liberalismo. Vecchie generazioni di intellettuali arabi nazionalisti si sono battute per ravvivare e proteggere la lingua araba mossi dalla paura che “la nazione” e la sua cultura stessero perdendo terreno a favore di un Occidente in ascesa.

Oggi, il nuovo e più grave pericolo è che le giovani menti arabe siano sedotte da jihadisti iper-articolati, al cui fascino retorico perfino un inglese kafir (infedele) come me non è del tutto invulnerabile. Tra le altre cose, ciò rende tanto più necessario il secolare retaggio dell’arabo letterario, dalle classiche mu’allaqat pre-islamiche passando per un genio medievale come Abu Nuwas fino ai giganti moderni come Mahmoud Darwish.

C’è ragione di credere che uno dei fili che percorrono l’intera opera del sempre ben rasato di fresco Darwish – che non ha mai celato la sua avversione per Hamas e si lamentava di quelli che “non conoscono la differenza tra la moschea (al-jam’) e l’università (al-jam’a) – sia una muta determinazione di rivendicare l’arabo (in particolare l’arabo classico, di casa per i religiosi) per una rinascita apertamente secolare, una nahda.

Anche il contributo di chi riesce a rendere musica queste opere o a forgiarle in altre forme d’arte – Marcel Khalife forse ne è l’esempio più lampante – è impagabile. Anche perché nella visione del mondo wahhabita (islam radicale) la musica è profana di per sé. Si ricordi in tal senso il processo-farsa per blasfemia in cui è stato coinvolto Khalife nel 1999. Se e finché non si ottenga questo, gli islamisti continueranno a sfruttare l’apparenza di una superiorità intellettuale – nonché culturale – che è senza dubbio interamente e pericolosamente illusoria.

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