Afghanistan Zoom

L’Afghanistan e il sogno europeo

Di Silvia Ayuso. El País (09/10/2015). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Alle cinque di mattina, Kabul è una città fantasma che piano piano di risveglia. Le sue strade, che in poche ore si trasformeranno in una giungla, sono ancora vuote e scure, dato che il sole non ha ancora fatto capolino dalle montagne che circondano la capitale afghana. C’è solo un posto che è già in pieno movimento: le strade intorno all’ufficio passaporti, davanti al quale una fila lunghissima si è formata già dalle prime ore del mattino, nonostante manchino ancora un paio d’ore prima dell’apertura.

Azatullah, un giovane di 19 anni, aspetta da ore sperando di ritirare il suo passaporto. Ha le idee chiare: appena avrà l’agognato documento, cercherà di andare in Germania, dove vive un suo zio. “Da qui andrò in Iran in modo legale; poi, dall’Iran all’Europa in modo illegale”, rivela. È la rotta più battuta dagli afghani che scelgono di arrivare clandestinamente nel Vecchio Continente, dato che il visto iraniano è tra i più difficili da ottenere. Altrimenti, ci sono altre strade percorribili per superare la permeabile frontiera afghano-iraniana. Dall’Iran, i migranti afghani attraversano illegalmente la Turchia, per poi dirigersi alla meta finale.

Quanto ai pericoli del viaggio, Azatullah alza le spalle: “In Afghanistan la gente muore tutti i giorni. Se me ne vado rischio di morire, ma potrei anche ad arrivare al paradiso: in Europa”, spiega. Il “paradiso”, tuttavia, inizia a chiudere le porte. La Germania ha minacciato la deportazione di rifugiati afghani e altri Paesi intendono inasprire le condizioni per questo gruppo di migranti, il secondo per grandezza dopo i siriani.

Azatullah, che ha pianificato il viaggio con due amici che aspettano in fila con lui, ha già sentito che i rifugiati afghani non sono ben accetti in Europa. Alcuni iniziano a chiedersi se vale la pena fare il viaggio e affrontarne i rischi: “Nell’ultima settimana si è registrata una lieve diminuzione nelle partenze”, conferma il portavoce del ministero dei Rifugiati afghano, Islamudin Jurat.

Ma Azatullah è deciso ad andare a ogni costo: “Qui ci sono molti attentati suicidi, l’economia va male e non c’è lavoro”, spiega. Se la mancanza di sicurezza è il motivo più usato per giustificare l’emigrazione, in realtà è il secondo motivo, cioè la mancanza di opportunità economiche, a essere la vera ragione scatenante, in un Paese con un 24% di disoccupazione e il 36% della popolazione che vive sotto la linea della povertà. E sono molti quelli che, nonostante la posizione dell’Europa, che è la principale destinazione, sono ancora disposti a partire.

Ne sa qualcosa Mohamed Ali, ex professore disoccupato che cerca di sbarcare il lunario contribuendo alla preparazione dei documenti per richiedere il passaporto. Ogni giorno, dalle tre del mattino, mette un tavolino vicino all’ufficio passaporti con sopra una stampante-fotocopiatrice che funziona con una batteria ricaricabile. In più, consiglia chi richiede il documento e li aiuta a riempire i moduli necessari.

“Fino a tre mesi fa si vedeva meno gente, ma adesso ogni giorno ci sono tra le 1.500 e le 2.000 in coda”, racconta. Quindi dopo l’ondata di attentati suicida a Kabul e in altri punti del Paese, che hanno causato centinaia di morti. E dopo la presa di Kunduz da parte dei Talebani in settembre. Da allora, la popolazione teme un nuovo picco di violenza.

“Lo scorso anno, la fila per i passaporti era vuota. Mia madre ci ha messo solo due giorni a ritirarlo; io aspetto da tre mesi”, si lamenta Yahia, agente immobiliare di 40 anni. Il ministero conferma la sua dichiarazione: quest’anno sono già 124.000 le persone che hanno lasciato l’Afghanistan e dovrebbero raggiungere i 160.000 entro dicembre, secondo il portavoce. Il problema principale, dice Jurat in tono sfinito, è la “mancanza della speranza di un futuro in Afghanistan”.

Silvia Ayoso è corrispondente estera per El País.

 

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Roberta Papaleo

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