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L’AFAC e il cinema dei giovani registi arabi a Beirut

Di Hovik Habshyan. Al-Modon (02/03/2014). Traduzione e sintesi di Omar Bonetti.

Tra il 4 e l’11 marzo ha avuto luogo la prima edizione della AFAC Film Week, un nuovo festival cinematografico patrocinato dall’Arab Fund for Arts and Culture (AFAC). L’evento ha avuto luogo presso il Metropolis, il tempio della cinematografia libanese, in cui le pellicole non si fermano mai, contrariamente ai problemi che continuano a bloccare il Paese.

Al festival sono stati presentati undici documentari, girati tra il 2012 e il 2013 in otto diversi Paesi arabi: Algeria, Egitto, Tunisia, Iraq, Libano, Giordania, Yemen e territori palestinesi. Uno degli aspetti più importanti di quest’evento è che le proposte cinematografiche hanno raggiunto il pubblico arabo. Infatti, secondo Rima al-Mismar, la direttrice del programma cinematografico di AFAC, è raro che film arabi, specialmente quelli indipendenti, godano del privilegio di essere proiettati nelle sale cinematografiche libanesi. Inoltre, il festival, ponendosi come un’opportunità per i giovani cineasta arabi di condividere il proprio film con un pubblico nazionale, solleva alcuni interrogativi riguardo alla diffusione di pellicole prodotte in Paesi arabi, in particolare sulla pirateria, sui nuovi mezzi di comunicazione e sulle barriere dialettali.

Inoltre, pur trattandosi della prima edizione, il festival ha già fatto (e farà ancora) discutere a causa delle tematiche affrontate dal alcune pellicole. Infatti, come hanno chiarito gli organizzatori, i film presentati offrono un’immagine viva delle società arabe, delle loro identità, eredità culturale, frammentazione, e di tutti gli sconvolgimenti, il fermento e il caos sociale che rendono il futuro così opaco.

Tra gli undici documentari presentati, l’Egitto è rappresentato da vari registi. Il tema del cambiamento è stato elaborato da Ahmad Abdallah in “Farsh Wa Ghaṭa”, un lungometraggio intitolato come una canzone popolare, presentato per la prima volta al Festival di Toronto lo scorso settembre. Il film inizia con l’ipotetica liberazione degli egiziani arrestati durante la rivoluzione. A livello metaforico, esso rappresenta un lutto, non per la rivoluzione egiziana, ma per una fase che il regista, già ideatore di “Heliopolis”, ha vissuto e superato. Sempre dall’Egitto, ci sono altri tre registi. Il primo è Ahmad Nur con “Mauj”, un film ambientato a Suez che affronta la costruzione intellettuale e personale della nuova generazione egiziana conosciuta come “generazione della rivoluzione”. “Harj Wa Marj”, invece, è il titolo della produzione di Nadine Khan, figlia del famoso regista Mohammed Khan: la sua opera mette in scena la storia di un amore perduto all’interno di una società chiusa dai propri limiti, come il calcio e i videogiochi. Infine, l’egiziana Viola Shafik ha deciso di proiettare “Arij” , un documentario che a Berlino, lo scorso febbraio, non ha ricevuto molti consensi.

Analogamente a Ahmad Abdallah, anche Mais Drawazeh, una regista palestinese, ha fondato il proprio film sulla speranza. “My Love Awaits Me By The Sea”, difatti, racconta lo sradicamento dalle proprie origini e di un viaggio, quasi impossibile, verso la propria madrepatria. “Tuyur Aylul” è il film Sarah Francis che svela i racconti, gli sguardi intimi e le confessioni di un gruppo di personaggi a Beirut. La regista yemenita Sarah Ishaq ha invece presentato il suo “Bayt al-Tut” che, oltre a contenere riferimenti autobiografici, rimanda all’identità e al ruolo delle donne nella rivoluzione yemenita.

Da ultimo, ma non meno importante, il festival comprende anche un’opera collettiva: il documentario dal titolo “Mawsim Hasad”, diretto da Nassim Amaouche, Mais Drawazeh, Erige Sehiri e Sameh Zoabi, un collage degli eventi che colpiscono quattro diverse città arabe.

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Roberta Papaleo

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