In poche parole

La vera guerra che non abbiamo ancora vinto

Non bisogna mai dimenticare che il terrorismo è uno strumento messo al servizio di un’ideologia. È di questa ideologia che bisogna conoscere le radici e analizzare le sue manifestazioni con strumenti adeguati.

Gli attentati suicidi che hanno distrutto più di 300 vite nello Sri Lanka colpendo chiese e alberghi durante la sanguinosa Pasqua del 21 aprile ci ricordano quanto sia ancora devastante il potere del jihadismo. La sconfitta di Daesh in Siria non ha significato, è chiaro a tutti, la fine di questo gruppo criminale; siamo invece di fronte all’ennesima metamorfosi di un’ideologia opprimente che usa la religione per giustificare i delitti che continua a perpetrare.

È un cancro che ha colpito l’islam. L’immensa maggioranza dei musulmani ne è cosciente ma si sente impotente davanti a un discorso intriso d’odio che si traduce in atti violenti dagli effetti distruttivi le cui prime vittime, senza dubbio, sono gli stessi musulmani.

Non bisogna mai dimenticare che il terrorismo è uno strumento messo al servizio di un’ideologia. È di questa ideologia che bisogna conoscere le radici e analizzare le sue manifestazioni con strumenti adeguati. Solo così si può sperare di trovare, alla fine, l’antidoto giusto che smentisca, rinneghi e disinneschi quelle idee velenose e distruttive per sconfiggerle. Dobbiamo vincere la battaglia delle idee.

Per i musulmani il primo passaggio è senza dubbio riconoscere che qualcosa non funziona nel sistema scolastico. L’educazione religiosa che molti bambini musulmani ricevono non è più valida per i nostri tempi. Non rendersi conto della pericolosità di alcuni concetti e di come essi siano inculcati nelle menti fin  dall’infanzia, è sicuramente il modo più sicuro per offrire sempre più attivisti  all’ideologia della morte di cui i jihadisti sono la manifestazione più rappresentativa.

In un articolo pubblicato recentemente in molti giornali arabi e condiviso con entusiasmo nei social media, l’intellettuale siriano Hisham Saleh, considera “l’educazione religiosa” più pericolosa della bomba atomica. Non si può, secondo lui, continuare a insegnare questa materia nel mondo arabo nel modo in cui è insegnata nelle scuole fino oggi, perché “la nostra educazione religiosa ci fa scontrare con tutto il mondo”.

Nel mondo globalizzato, l’islam insegnato ai bambini è offensivo verso altri popoli, culture e religioni. Alcuni “dottori” della religione non hanno nessun remora nell’invocare la morte per chi non è d’accordo con loro o non lascia la sua fede per “abbracciare” l’islam, l’unica religione accettata da Dio, secondo loro. Un pensiero totalmente chiuso che in molte aule delle scuole arabe e musulmane si continua a trasmettere senza nemmeno l’ombra di uno spirito critico.

Il problema più grande e più profondo è un problema teologico. La giurisprudenza, sviluppata più di 700 anni fa, probabilmente era adatta per quel tempo ma oggi è totalmente inappropriata. Capire i cambiamenti del mondo è il primo passo che molti “teologi” musulmani devono fare se vogliono combattere l’ideologia della morte che sta distruggendo l’islam e mette a rischio tutta l’umanità.

Per noi in Occidente, invece, la lotta contro il terrorismo non può essere fatta solo misure di sicurezza, di recinti e vigilantes armati. È una battaglia ideologica che deve essere combattuta con molta intelligenza. L’obiettivo di ogni attentato è portare le democrazie a fare passi indietro, a rinunciare ai principi fondanti dello stato di diritto; a dividere i popoli e i paesi colpiti. A favorire, detto con uno slogan, il “noi contro di loro”.

È sorprendente che, dopo ogni attacco terroristico, una parte della classe politica insorga, mettendo in dubbio lo stato di diritto. Come se la lotta al terrorismo dovesse inevitabilmente passare attraverso la rinuncia ai nostri principi. Le voci del “post-attacco” – questo è il punto – giocano con le nostre emozioni e paure. Ci chiedono di scegliere tra due mali: o accettiamo di rinunciare ai nostri diritti o l’Occidente continuerà a essere colpito. Esattamente quello che i jihadisti e la loro ideologia vogliono.


Zouhir Louassini

Zouhir Louassini. Giornalista Rai e editorialista L'Osservatore Romano. Dottore di ricerca in Studi Semitici (Università di Granada, Spagna). Visiting professor in varie università italiane e straniere. Ha collaborato con diversi quotidiani arabi tra cui al-Hayat, Lakome e al-Alam. Ha pubblicato vari articoli sul mondo arabo in giornali e riviste spagnole (El Pais, Ideas-Afkar). Ha pubblicato Qatl al-Arabi (Uccidere l’arabo) e Fi Ahdhan Condoleezza wa bidun khassaer fi al Arwah ("En brazos de Condoleezza pero sin bajas"), entrambi scritti in arabo e tradotti in spagnolo.

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