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La Turchia minaccia il fragile accordo di pace in Siria

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Al-Monitor (14/02/2016). Traduzione e sintesi di Chiara Cartia.

L’invio di truppe di terra da parte della Turchia e dell’Arabia Saudita in territorio siriano potrebbe capovolgere il fragile accordo di pace a cui è arrivato il Gruppo di Supporto Internazionale Siriano la settimana scorsa e innescare un nuovo round di supplizio per il popolo siriano.

Il ministro degli Affari Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha dichiarato che entrambi i paesi stanno pensando a un’operazione di terra, ma che nulla è stato ancora pianificato. Il suo omologo saudita, Adel al-Jubeir, ha specificato che Riyad invierebbe truppe per dare man forte alla coalizione anti-Daesh (ISIS) guidata dagli USA e che quindi le tempistiche non dipendono dal regno.

In realtà i motivi per cui Turchia e Arabia Saudita sono intervenute in Siria non si allineano del tutto con la priorità di Washington di “sconfiggere Daesh”. La Turchia vuole distruggere il Partito dell’Unione Democratica (PYD) e il suo braccio armato, lo YPG, entrambi estensioni del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), considerate invece dagli Stati Uniti come i suoi migliori alleati nella lotta contro Daesh.

L’invio di truppe turche sarebbe catastrofico per la Siria, la Turchia stessa e per l’intera regione, perché potrebbe portare a uno scontro con la Russia, la quale applicherebbe una no-fly-zone. Sorgerebbero, d’altra parte, tensioni con la Russia e con gli Stati Uniti per via delle loro operazioni militari coordinate con i curdi.

La Turchia, tuttavia, non vuole ripetere lo stesso errore commesso nella guerra in Iraq in 2003, ossia escludersi dal conflitto per via della decisione presa dal parlamento di non intervenire. Con un intervento militare, Erdogan spera di uscire da quell’angolo in cui è stata relegata la Turchia nel quadro del conflitto siriano, ma l’unica risorsa che ha a disposizione sono le Forze Armate Turche (TSK), riluttanti di venire sfruttate a questo scopo.

Per quanto riguarda l’Arabia Saudita, l’obiettivo del suo intervento è principalmente di scalzare Bashar al-Assad dal potere. Viene considerato “il magnete più efficace per gli estremisti e i terroristi” nel Medio Oriente. Questa considerazione, secondo cui esisterebbe una relazione stretta tra Assad e Daesh, non va al passo con l’idea statunitense per cui Daesh è “la minaccia preminente al mondo”. Assad sarebbe quindi anche il magnete per l’espansione di Daesh in Libia? Perché un governo secolare, non settario post-Assad non potrebbe configurarsi anch’esso come una calamita per Daesh?

In questa situazione, si potrebbe pensare che gli Stati Uniti con il tempo decidano di depennare l’Arabia Saudita e la Turchia dalla lista delle potenze che contribuiranno a mettere un freno alla guerra in Siria. Questa settimana, Jay Solomon su The Wall Street Journal riportava che Israele, gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto e la Giordania intrattengono contatti regolari con la Russia riguardo le sue operazioni militari in Siria. Questo non significa che questi paesi siano d’accordo con tutti gli obiettivi e le ambizioni di Mosca, ma è un altro indizio che fa pensare che l’Arabia Saudita e la Turchia sono forse sulla buona strada per essere messi da parte nel fragile e incerto tentativo di chiudere la pagina di questa guerra.

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Roberta Papaleo

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