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La Turchia e la dittatura di Erdoğan

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Di Jihad El-Khazen. Al-Hayat (09/05/2016). Traduzione e sintesi di Marianna Barberio.

La causa principale e forse la più importante alla base delle dimissioni di Ahmet Davotuğlu dalla carica di Primo Ministro della Turchia è da ricercare nelle tendenze dittatoriali del presidente Recep Tayyip Erdoğan, che ha tentato di accaparrarsi quei poteri esecutivi che da più di cento anni sono concentrati nelle mani del Primo ministro.

I rapporti tra Erdoğan e Davotuğlu sono stati abbastanza pacifici fino alla nomina di quest’ultimo a Primo ministro nel settembre 2014, quando sono emerse le prime differenze. Erdoğan ha cercato infatti di assoggettare il Partito del Movimento Nazionale al governo, portando all’opposizione molti suoi membri circa la sua inclinazione dittatoriale.

Non è un mistero che Erdoğan miri alla redazione di una nuova costituzione per la Turchia, che possa assicurare al presidente anche un potere esecutivo: in assenza di questa intanto, lo scorso 29 aprile si è appropriato del diritto del Primo ministro di nominare i leader del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo nelle varie province turche.

Tutto questo accade mentre la Turchia è “distratta” dalla rivolta dei curdi all’interno del Paese e dalla loro condizione in Siria, e dalle operazioni terroristiche nelle città di Ankara, Istanbul e Bursa. Inoltre, il 20 marzo scorso la Turchia ha anche firmato un accordo globale con l’Unione Europea al fine di assicurare protezione e aiuto umanitario ai rifugiati, includendo altri 72 articoli che permetteranno ai turchi di viaggiare nell’Unione Europea senza visto.

Ancor peggio delle dimissioni di Davotuğlu, c’è stata la dichiarazione di Erdoğan sulla volontà di iniziare delle trattative con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) per sedare le rivolte, mettere fine alle operazioni terroristiche e alla violenza. Il fine ultimo del presidente è la resa dei curdi, una richiesta alquanto difficile, se non impossibile, da realizzare.

Diverse volte ho descritto Erdoğan nelle vesti di “sultano”, ma oggi lo definisco un dittatore, che ha condotto il Paese verso la repressione delle libertà fondamentali, tra cui la libertà di stampa. Anche se la Turchia non è mai stata un vero paradiso per i giornalisti, la “dittatura” di Erdoğan ha cambiato il Paese in un inferno, con l’arresto, il processo e la detenzione di molti che hanno visto svanire la propria libertà giorno dopo giorno.

In un simile scenario anche la libertà accademica è sotto accusa. Qualche giorno fa quattro professori sono stati portati in tribunale con l’accusa di terrorismo. Credo che il processo abbia un significato più importante, che va aldilà degli stessi accusati: essa vuole essere infatti di monito per gli altri professori, al fine di prevenire qualsiasi opposizione accademica alla politica di Erdoğan.

Con questo non intendo però sottovalutare le competenze di Erdoğan. A lui va riconosciuta quella caparbietà che gli ha permesso di farsi strada e di diventare prima sindaco della città, poi Primo ministro e infine Presidente della Repubblica. Di contro, Ahmet Davotuğlu è un accademico moderato che da consulente per il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo ha ricoperto prima la carica di ministro degli Esteri e poi di Primo ministro. Egli ha raffigurato “il volto buono” della politica turca, e per questo le sue dimissioni rappresentano senz’altro una perdita sia per il Paese in sé che per i rapporti con l’Europa. E sarà proprio Erdoğan, forse, a pagarne il prezzo.

Jihad El-Khazen è uno scrittore palestinese e giornalista per Al-Hayat.

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Redazione

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