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La Tunisia nella Black List europea

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La recente accusa europea rivolta alla Tunisia definendola un “paradiso fiscale” spingerà il Paese a rivedere la sua politica con il vicino?

Di Salem Labid. Al-Araby al-Jadeed (11/12/2017). Traduzione e sintesi di Marianna Barberio.

La notizia della Tunisia inclusa nella Black List europea ha sconvolto il Paese e colpito tanto la sfera politica quanto quella civile nonché coloro che lavorano nel campo della finanza, dell’impresa e degli investimenti. La lista nera o Black List europea comprende al suo interno ben 17 Paesi, tra cui oltre alla Tunisia anche gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein, La Corea del Sud e Panama.

Il governo tunisino aveva già respinto tale accusa, presentata lo scorso 5 dicembre a Brussels da 28 ministri della finanza europei affermando che “Il Paese non è affatto un Paradiso fiscale”. La decisione europea è tra quelle decisioni pericolose che avranno grande influenza sulla finanza in generale e sull’economia tunisina in particolare, considerando l’enorme volume di scambi tra Tunisia e Europa che ha raggiunto i 20 miliardi di euro.

Tuttavia, l’accusa rivolta alla Tunisia non è nuova. Anzi, la stessa era stata indirizzata contro il regime dell’ex presidente, Zine El Abidine Ben Ali dato che gli ultimi due decenni del suo governo sono passati alla storia per il predominio della sua famiglia e dei suoi parenti sulla vita economica e finanziaria del Paese, sull’istituzione di compagnie fittizie che speculano nel mercato monetario e immobiliare. Tutto ciò veniva ripreso in dettaglio in un rapporto della banca internazionale del 2014 su cui aveva già lavorato nel 2011 la Commissione Nazionale di Investigazione sugli Affari di Corruzione, rivelando l’esistenza di miliardi di dollari nascosti in compagnie e banche fittizie appartenenti alla famiglia Trabelsi, protetti dai governi successivi in modo da assicurare il passaggio di denaro all’interno e sul piano regionale e internazionale.

Così, le classi intellettuali e universitarie hanno respinto la decisione eruopea considerandola un’offesa ad un Paese che per primo, nello spazio arabo e mediterraneo, ha firmato l’accordo di partenariato con l’Unione Europea e che ha un legame organico con la stessa, in particolare con la Francia che ospita circa un milione di tunisini sul suo territorio e che possiede 1300 compagnie in Tunisia oltre alla forte presenza linguistica che fa del francese la seconda lingua nazionale. Proprio il ministro francese non ha mostrato nessuno sforzo per evitare che la Tunisia fosse attaccata ingiustamente.

La stessa decisione ha messo alla prova il trio europeo composto da Francia, Italia e Germania che ha sempre promosso la rivoluzione e la nascente esperienza democratica tunisina come esempio per il mondo arabo. Ma allo stesso tempo, lo stesso trio è stato coinvolto nell’annullamento di questo esperimento politico con un’accusa che va ad intaccare la vulnerabilità economica e finaziaria del Paese legata alla transizione democratica che sta vivendo.

Con questo gli europei mirano a realizzare due obiettivi. Il primo è quello di indebolire il governo tunisino nei negoziati previsti con l’Unione Europea circa l’accordo di un libero scambio che andrà a sostituire l’accordo di partenariato tunisino-europeo del 1995; il secondo consiste invece in una interferenza diretta nello scenario politico locale in preparazione delle elezioni del 2019 attraverso il sostegno a e l’assegnazione di partiti politici con inclinazioni laiche e neo liberali pro-Europa a scapito di forze conservatrici che intrattengono legami con gli USA e altre fazioni tradizionali o radical-socialiste e nazionaliste.

L’Unione Europea non ha mantenuto la sua promessa alla Tunisia, ovvero il ritorno di fondi rubati dal regime di Ben Ali depositati nelle banche europee ed è giunta a sostenere la politica di prestiti condizionali con la realizzazione di obiettivi politici e altri sociali, come la difesa dell’omosessualità e dell’uguaglianza nell’eredità, favorendo i propri interessi senza prender in considerazione il danno causato alla nuova esperienza tunisina. È necessario allora rivedere la politica del vicino e uscirne fuori con un accordo che non sia più a vantaggio dell’Europa come avviene da due decenni. Per realizzare ciò, è necessaria una volontà politica basata sulla parità e non sulla paura per la maggioranza europea e il desiderio di assomigliarla.

Samel Labid è un accademico ed ex ministro tunisino.

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