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La tentazione francese

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La tentazione della cultura e dei valori francesi di libertà, attraverso i candidati alla presidenza, ha assunto un sentimento opposto rispetto al passato di cui la classe dirigente libanese è un chiaro esempio

Di Elias Khoury. Al-Quds al-Arabi (09/05/2017). Traduzione e sintesi di Federico Seibusi

C’è una tentazione francese fatta di molte sfaccettature che abita nella coscienza del mondo moderno. Quest’attrazione culturale non ha nessun legame con la nostalgia patologica verso l’era coloniale o verso il rifugio della francofonia decadente. Essa rappresenta il desiderio di libertà e di infrangere gli stereotipi, dimenticando che il Libano ha sofferto la colonizzazione francese, che Damasco è stata bombardata e che l’Algeria è stata distrutta per permettere alla cultura francese, dal sartrismo in poi, di riuscire a creare una prospettiva di libertà di cui non c’è traccia nella cultura occidentale.

La tentazione francese rappresentava il peccato de “I fiori del male”, che va oltre il bene e il male. Tuttavia ha assunto un nuovo valore da quando la retorica della destra razzista ha iniziato a occupare una posizione rilevante nella vita politica e culturale francese e la sinistra si è estinta nel discorso di Melenchon intriso di un populismo privo di significato e di lealtà verso la dittatura di Bashar al-Assad.

I francesi hanno dovuto scegliere fra due candidati alla presidenza che incarnano il contrario di questa tentazione: Emmanuel Macron, il candidato delle istituzioni, delle banche e della retorica capitalista che possiede solamente l’arma dell’intimidazione della destra fascista, oppure Marine Le Pen, la candidata del Fronte Nazionale con la sua retorica fascista intrisa di populismo e di odio razziale.

Milioni di francesi si sono ritrovati a non avere scelta e, avendo paura, hanno optato per il male minore e votato senza essere convinti delle capacità di questo giovane candidato che proviene dalle ombre della politica francese. In larga maggioranza, il Paese ha scelto Macron per impedire alla piaga del fascismo di diffondersi e arrivare al potere.

Da parte sua, Beirut è bloccata nel vortice paralizzante e privo di significato della tirannia settaria ormai priva della sua tentazione. La classe dirigente libanese, da un lato incarna l’autorità del barbaro capitalismo e delle banche, dall’altro incarna il fascismo settario. Per questo, oltre a essere un mezzo per accumulare ricchezza e quindi uno strumento per dominare, settarismo significa anche razzismo.

Il Levante arabo subisce l’amarezza dell’occupazione, simbolo della tirannia. Infatti, l’oppressione si riflette nel fondamentalismo e nelle brutali guerre settarie che impediscono alla gente di vedere la realtà del loro Paese. Le guerre civili trasformano le persone in meri oggetti e gli arabi hanno perso la capacità di essere parte integrante e attiva nella loro terra.

Al contrario dei francesi, i popoli del Levante devono ricominciare dall’inizio senza smettere di credere nel valore della libertà, come hanno fatto Marwan Barghuthi e i 1500 prigionieri palestinesi in sciopero della fame fra l’indifferenza delle due autorità palestinesi e l’insensibilità mondiale.

La tentazione francese oggi si sta allontanando e con essa si sta allontanando un mondo vecchio che genera un mostro formato da un misto di capitalismo brutale e fascismo, a cui si può resistere solamente scoprendone il linguaggio.

Elias Khoury è uno scrittore libanese di fama internazionale, nonché drammaturgo e critico; è stato direttore dell’inserto letterario del quotidiano libanese An-Nahar ed è editorialista per il quotidiano panarabo Al-Quds al-Arabi.

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