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La tempesta di Erdogan

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La Turchia volta le spalle all’Europa per guardare ai suoi interessi in Medio Oriente

Di Aref Hajawi. Al-Araby al-Jadeed (21/03/2017). Traduzione e sintesi di Federica Pretto.

La reazione della Turchia  alla decisione di Olanda, Germania e Danimarca di impedire ad alcuni ministri turchi di organizzare sul loro territorio comizi in sostegno all’imminente referendum costituzionale ha sollevato una tempesta diplomatica: Erdogan ha infatti descritto la decisione dell’Olanda utilizzando espressioni come “fascista” e “nazista”; al che l’Olanda ha preteso dalla Turchia delle scuse ufficiali.

Dopo anni di tentativi per entrare nell’Unione Europea, la Turchia ha ormai perso ogni speranza. Speranza che Erdogan sembra abbia deciso di compromettere definitivamente utilizzando l’Europa stessa come mezzo per aizzare l’orgoglio nazionale e garantirsi il sostegno dei turchi e il loro voto in favore del regime presidenziale. Ormai, alla Turchia, entrare nell’Unione Europea non interessa più, soprattutto dopo che questa ha subito due colpi: la Brexit e l’attuale indifferenza degli Stati Uniti nei suoi confronti. È probabilmente questo che permette al presidente turco di minacciare gli europei, che contano sulla Turchia per limitare il flusso di rifugiati siriani verso l’Europa e non possono, in ogni caso, prescindere da essa come partner commerciale.

Erdogan sa che non sono i rapporti con l’Olanda, né quelli con la Germania a costituire la minaccia più grave, ma il fallito colpo di stato nel suo Paese. Dopo il tentativo di golpe dell’estate scorsa, Erdogan ha visto la sua linea politica, vincente dal punto di vista economico, essenzialmente laica e formalmente religiosa, esposta a due attacchi: quello dell’élite degli intellettuali, che vuole continuare il processo di occidentalizzazione della Turchia, e l’attacco della corrente del rigorismo populista rappresentato dal religioso dissidente Fethullah Gülen. Ora, Erdogan non è meno populista di Gülen meno laico dei ricchi intellettuali. Dopo il tentativo di colpo di Stato, la maggioranza dei Turchi era con lui, soprattutto la classe media che ha beneficiato di una prosperità economica senza precedenti. Proprio con il sostegno di questa classe, Erdogan ha potuto intraprendere un’operazione devastante di purghe.

Dietro alla collera mostrata da Erdogan, dal tentativo di colpo di Stato fino alla crisi con l’Olanda, si nascondono complessi calcoli per determinare il nuovo ruolo regionale del paese. Dopo l’allontanamento dal progetto europeo, il “nuovo ottomano” guarda infatti verso la Siria e ancora più a sud. Nello scenario degli scontri mediorientali, per interesse di tipo confessionale, la Turchia sunnita ha integrato il polo opposto a quello iraniano sciita, e ora davanti a lei ci sono mezzo Iraq, una parte della Siria, e altri Stati arabi che guardano con interesse al polo sunnita. Da ricordare, inoltre, che la Turchia detiene il controllo delle acque che irrigano la Siria e l’Iraq.

Il governo presidenziale che, ci si aspetta, verrà adottato in Turchia prevede dunque una crescente influenza regionale attraverso una divisione della Siria e dell’Iraq conforme ai suoi interessi.

Le lacrime versate dagli europei per il logoramento della democrazia in Turchia non sono necessarie. La Turchia ha sempre conosciuto o governi autoritari, con Atatürk o con i militari, o governi precari di civili. Con un sistema presidenziale, la Turchia sarà governata da un potere solo apparentemente democratico, ma stabile.

E se dal referendum dovesse risultare un rifiuto del sistema presidenziale? Erdogan farà allora un colpo di Stato, e dopo le purghe, lui e il suo partito arriveranno ad un punto di non ritorno.

Aref Hajawi è uno scrittore e giornalista palestinese.

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