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La storia degli arabi vittime del Titanic (prima parte)

di Kamal Kobeissi (AlArabiya 09/04/2012) – Traduzione di Claudia Avolio

Cento anni sono trascorsi da quando il Titanic è affondato: si considera il peggior disastro che i mari abbiano visto accadere nel ventesimo secolo. A lungo se ne è parlato, tuttavia quasi nulla è stato detto dei passeggeri arabi che sono morti su quella nave. I nomi delle vittime arabe si trovano scritti in una lista, da cui si apprende che erano tutte libanesi a eccezione di una persona egiziana. Ma la prova della presenza araba sulla nave compare anche nel film del 1997, diretto da James Cameron. In “Titanic”, infatti, si sente una madre che in arabo dice alla figlia di fare presto, appena la nave inizia ad affondare. L’accento libanese nel quale la donna pronuncia le parole: “Vieni! Vieni!” rivelano le sue origini. Il marito di questa donna, con uguale accento del Libano, replica: “Aspetta! Fammi vedere cosa possiamo fare,” frase pronunciata nel pieno del panico in uno dei corridoi della terza classe. Dietro la famiglia libanese compare il protagonista del film, Leonardo Di Caprio, anche lui passeggero di terza, che corre con al seguito Kate Winslet. Il marito libanese è ripreso mentre sfoglia le pagine di un libro che contiene una piantina della nave, in modo da trovare una qualche via d’uscita. Apparte questa scena, che nel film dura 6 secondi, niente si è detto degli arabi che hanno perso la vita in questa tragedia, anche se il mondo continua a ricordarne le vittime ogni anno.

Titanic: tragedia molto sentita in Libano

Il villaggio di Kafr Mishki, nel distretto di Rashaya (sudest di Beirut), è quello che ha sofferto di più nella tragedia del Titanic. Il villaggio ha perso tredici dei suoi residenti, su una popolazione totale che non supera le cinquecento persone. “La chiesa di Kafr Mishki ha tenuto domenica una messa per le vittime, e la congregazione osserverà un minuto di silenzio in segno di cordoglio per la loro morte,” ha detto sul tema il sindaco Khalil al-Sikli. C’è poi il villaggio di Hardine, nel distretto di Batroun (Libano del nord), che “ha perso undici dei suoi abitanti nel [disastro] del Titanic,” come ha spiegato il sindaco Bakhous Sarkis Assaf. “Quando la nave ha iniziato ad affondare, alle prime luci dell’alba, quegli undici passeggeri si sono riuniti in un angolo e si sono messi a recitare versi che uno di loro improvvisava nello stile della poesia libanese vernacolare,” ricorda Assaf. Secondo il sindaco, che sottolinea come la storia sia stata narrata di generazione in generazione, i versi che gli abitanti di Hardine hanno recitato prima di morire erano: “O Hardine, piangi e compiangi la morte di undici dei tuoi giovani che non hanno superato i 25 anni. Cinque di loro non sono sposati, gli altri lo sono. Nessuno di loro è vecchio. Hanno tutti 25 anni.” Come il villaggio di Kafr Mishki, anche la chiesa di Hardine ha tenuto una messa in ricordo delle sue vittime. “Vorrei solo che anche il governo libanese ricordasse quelle vittime dimenticate, soprattutto ora, a cento anni dalla tragedia.”

Assaf ha raccontato la storia di un diciannovenne del villaggio di Abrine (Libano del nord), Daher Shadid Abi Shadid. Mentre il giovane provava la sua pistola, aveva accidentalmente ucciso una ragazza del villaggio. “Temendo ritorsioni da parte della famiglia della ragazza, Abi Shadid lasciò il villaggio senza sapere dove andare. Finché suo zio, che viveva in Pennsylvania, gli spedì dei soldi dicendogli di raggiungere gli Stati Uniti”. Il ragazzo giunse prima a Marsiglia (Francia), e da lì si imbarco sul Titanic che fece tappa nel Regno Unito per far salire altri passeggeri, prima di salpare a New York. “Abi Shadid rifuggì il suo destino in Libano solo per ritrovarsi poi cadavere a bordo del Titanic,” racconta Assaf, di nuovo attingendo a una storia che è stata narrata uguale attraverso le generazioni. Uno dei dettagli che più colpiscono nella ricerca di fatti sulle vittime arabe del Titanic, è quello fornito dalla scrittrice Laila Salloum Elias, siriana-americana, nel suo libro dal titolo “Il Sogno e poi l’Incubo”. La scrittrice si è basata sui giornali arabi stampati a New York all’epoca in cui la nave è affondata. Una delle sue storie è stata tratta dal famoso periodico al-Hoda. Secondo la Elias, che ha inoltre ascoltato la testimonianza delle famiglie delle vittime, molti dei libanesi che hanno perso la vita sul Titanic sono stati in realtà colpiti a morte con armi da fuoco, per essersi rifiutati di obbedire agli ordini del personale di sicurezza della nave. Uno di loro è stato ucciso per aver provato a salire su una navetta di salvataggio riservata ai passeggeri di prima classe.

 

(Continua nella seconda parte)


Claudia Avolio

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