Europa Siria Zoom

La speranza e la vergogna

di Silvia Di Cesare

Timidamente la luna illumina il piccolo porto della città di Mitilini. Poche barche a vela ormeggiate ondeggiano calme e eleganti. In netto contrasto con il rumore assordante dei clacson sul lungomare.Da lontano sembra una tipica città turistica in cui si sta concludendo la stagione estiva. Ma da vicino tutto prende un altro significato: sulle reti che circondano il porto una bambina si arrampica senza paura. Raggiunge quasi la cima della recinzione prima che dal basso una mano adulta la trattenga. Seguendo la mano la piccola scende dalla rete e va a sedersi all’entrata della tenda, la sua dimora per questa notte.

Le tende, o per chi è meno fortunato i sacchi a pelo stesi sull’asfalto, occupano tutto il marciapiede del lungomare che conduce al porto. A dormire al loro interno vi sono persone, per la maggior parte siriani, che da giorni attendono il traghetto che li condurrà ad Atene.

Sono 3/4 mila al giorno i migranti che arrivano sull’isola di Lesbo. Raggiungono la Grecia con i gommoni, partendo dalla costa turca che dista solo 6 miglia. Di questi  il 71 per cento sono siriani. Sono loro la nostra “emergenza profughi”, sono loro il mare di persone che sta bussando alle porte dell’Europa, che butta giù i confini nazionali del vecchio continente e mette in crisi le politiche migratorie dei nostri Paesi.

Lesbo è solo l’ennesima tappa del loro viaggio, per molti  iniziato in Siria. Da lì raggiungono la Turchia dove affrontano quello che molti ci descriveranno come il momento più difficile della loro marcia. Il tragitto in mare. “Eravamo pecore, non esseri umani”. A raccontarmi il viaggio è Abud, ha 23 anni ed è partito insieme alla madre, il cugino Ammar, i suoi amici Wael, Mohayyan e Duha. Ha voglia di raccontare Abud, è un fiume inarrestabile di parole: “ci hanno detto che avrebbero avuto cura di noi, ci avrebbero accompagnato fino alla costa greca e avrebbero badato a mia madre. Ma sono tutti dei bugiardi: il barcone poteva portare al massimo 15 persone, noi eravamo 45 con molte donne e bambini. Ci hanno fatto salire sulla barca e ci hanno detto ‘ok, potete andare’. Non credevamo che ci avrebbero davvero abbandonato in quel modo”. 

E invece succede sempre così. I trafficanti preparano i barconi e il loro “lavoro” finisce lì. Dopo un’ora e mezza di viaggio, chi riesce a sopravvivere alla forza del mare giunge sulle coste greche.

Qui le urla si confondono con i pianti, gli abbracci ai gesti di sollievo. “Habibi (tesoro mio) sono in Grecia”, “Mamma siamo arrivati”, si pensa subito a chiamare le famiglie lasciate in Siria o che li attendono in Germania.

Si sprecano le dimostrazioni di riconoscenza verso i volontari internazionali che li accolgono sul suolo europeo, “Grazie Europa”, “Grazie Grecia”. Mi chiedo quanto durerà questo senso di gratitudine.

Intanto si riprende il cammino. Vi sono 70 km di marcia che li separa dalla città di Mitilini. Nessun greco è disposto a dargli un passaggio, ma non per egoismo: una nuova legge prevede multe molto care per chi trasporta migranti non identificati. L’Europa inizia a mostrare la sua vera faccia.

Mi incammino con loro, insieme ad Abud, la sua famiglia , Amedeo Ricucci della Rai e Simone Bianchi. Saranno loro i miei compagni di viaggio. Meta finale: la Germania.

Abud

Magro, le spalle leggermente curve. La sua postura potrebbe far pensare a una persona introversa. Ma dopo pochi minuti si capisce subito che non è così. A 23 anni Abud è una persona sicura, con coraggio da vendere e una forza che non diventa mai arroganza.

È il “leader” del suo gruppo: gestisce gli spostamenti, chiede informazioni, parla con i volontari e con le autorità di frontiera. Anche nei momenti di tensione non l’ho mai visto perdere la calma. “I miei amici sono morti durante le manifestazioni a Damasco, o sono stati arrestati dalla polizia. Dopo tutto quello che ho visto in Siria, non è certo un poliziotto macedone che può farmi paura”.

Una maglietta azzurra, un paio di pantaloni e una giacca a vento. Per tutto il viaggio questi saranno i suoi unici vestiti. “Ho dovuto buttare in mare la mia valigia. Eravamo troppo pesanti e il gommone rischiava di affondare”. Si guarda intorno mentre mi parla. Il suo pensiero va sempre alla madre. La cerca con lo sguardo per assicurarsi che stia bene. Appena la perde di vista la sua espressione cambia, interrompe il racconto e chiedendomi scusa si alza, “dov’è mia madre?”. La trova a pochi metri da noi seduta vicino a suo cugino. Solo dopo essersi rassicurato ritorna a sorridermi.

Nonostante suo padre sia rimasto a Damasco esposto alle minacce del regime, Abud non ha paura di raccontare quello che accade in Siria, né di puntare il dito verso il colpevole. “Assad ha causato questa guerra, è un criminale che agisce impunito, mentre il mondo rimane a guardare”. La sua rabbia è grande, come quella di molti giovani siriani che incontriamo nel nostro viaggio. Amano il loro Paese e hanno lottato per esso. Non avrebbero mai voluto lasciare la Siria. Lo hanno fatto per continuare gli studi, per i loro genitori. Ma il loro obiettivo è tornare, “quando tutto sarà finito”.

Il Viaggio

“Noi siriani siamo un popolo orgoglioso” Maha, la madre di Abud si toglie il velo e si siede finalmente rilassata sul letto dell’albergo. “Questo viaggio ci ha scalfito dentro, ci ha strappato via il nostro orgoglio”, è la prima volta che vedo il viso di Maha diventare triste. Come biasimarla. Quello che abbiamo vissuto in questi giorni non è certo un trattamento umano.

Il meccanismo è diabolicamente semplice. Gli Stati che separano la Grecia dalla Germania si sbarazzano del “problema”. Sanno che queste persone non sono interessate a a rimanere nei loro confini e quindi rendono il più veloce possibile l’attraversamento dei loro territori. Quello che va in scena è il gioco dello scarica barile: i pullman (governativi o privati) si fermano prima dei confini statali, qui la gente viene fatta scendere e gli viene indicato il luogo dell’attraversamento. Le frontiere illegali dove i profughi siriani e non vengono fatti passare sono “nonluoghi”. Nascosti in sentieri di campagna, lontano dai centri urbani, si raggiungono solo dopo aver camminato per chilometri in mezzo a campi di grano o a terreni coltivati. 

Il confine tra Macedonia e Serbia lo attraversiamo di notte. Camminiamo seguendo le rotaie della ferrovia, l’unica luce che illumina il sentiero era quella fredda delle lampade a neon dei volontari. “Benvenuti in Serbia” il volontario sorride e ci indica la strada. Dalla pietra di confine al campo profughi vi sono ancora due ore e mezza di cammino.La stanchezza toglie la capacità di pensiero, si guarda solo la strada. I passi e a volte i pianti dei bambini sono gli unici suoni che accompagnano il nostro andare.

Una volta arrivati al campo profughi i migranti vengono fatti salire su altri pullman o su treni che definire vecchi è un eufemismo. Accalcati in centinaia sui vagoni. Seduti per terra o obbligati a stare in piedi per ore, fino ad arrivare alla prossima frontiera. E così si va avanti. Caricati e scaricati come merci. “Ma dove ci porteranno?” questa la domanda più ricorrente. E in un attimo tornano alla mente scene di deportazione che si sperava l’umanità non dovesse più rivivere.

Al confine con la Croazia veniamo separati da Abud e dalla sua famiglia. Quando arriviamo a Opatovac nel campo vi sono circa 4mila persone. Aspettano che arrivino i pullman per l’Ungheria. Da lì poi l’Austria e la Germania: è l’ultima tappa del loro estenuante viaggio. Il campo profughi di Opatovac è off-limits per noi. Rimaniamo al di là delle reti, parliamo con i nostri amici attraverso di esse. Per la prima volta vedo i loro occhi bagnarsi di pianto.

Dentro al campo la situazione è molto tesa. Vi sono profughi che sono lì da giorni e nessuno sa dirgli niente su quando potranno uscire da quel cancello. Esasperata e arrabbiata la gente si accalca addosso alle reti, al di là delle quali è schierata la polizia croata che si toglie e si mette i caschi ogni volta che si alza la tensione.

Dopo aver percorso insieme centinaia di chilometri, separarsi da Abud e dagli altri è molto difficile. Ci allontaniamo dal campo solo per andare a prendere qualcosa da mangiare,ma ci sembra come di abbandonarli.

Inizio a sentir crescere dentro di me un senso di vergogna. Vergogna per quel passaporto italiano che tengo al sicuro nel mio zaino, che mi permette di superare senza problemi confini e attraversare nazioni. Per il mio far parte di un continente che pone limiti alla libertà di movimento delle persone. Che rinchiude in un campo recintato donne, bambini, uomini che fuggono da guerra, fame e povertà.

Senza che ci sia data possibilità di vederli i nostri amici vengono caricati sui pullman.

L’Europa

“Come si dice ‘con calma’? E ‘grazie’?”. Sono alla stazione centrale di Vienna. La tabaccaia mi chiede di tradurle delle frasi in arabo. “In questi giorni sono arrivati tantissimi profughi. Vorrei imparare due, tre frasi giusto per farli sentire un po’ più a casa”.

Effettivamente sono migliaia i migranti che orbitano intorno alla stazione, ed è qui che rincontriamo Abud.

Finalmente sorridenti, sereni ci abbracciamo. Essere arrivati qui, in Austria ci fa tirare un sospiro di sollievo. È questa l’Europa che volevano raggiungere.

Ora non si pensa più alle identificazioni, all’incubo delle impronte digitali. Ora ci si mette in fila per prendere l’ultimo biglietto del treno che li condurrà in Germania.

Da lì inizia la vera avventura: “dovrò ricostruirmi una vita, fare nuove amicizie, imparare una nuova lingua” Abud che non ha mai dato segni di cedimento, si commuove “ora inizio ad avere paura”.

Silvia Di Cesare

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