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La sofferenza dimenticata dei Baha’i in Yemen

Yemen

Di Hind al-Eryani. Middle East Eye (16/05/2016). Traduzione e sintesi di Chiara Cartia.

Durante la mia vita, ho incontrato solo tre donne di fede Baha’i. Una era amica di un mio parente ed era fuggita dal razzismo predominante in Iran durante gli anni ’90 trovando rifugio in Yemen. La seconda aveva vissuto in Yemen per 15 anni e aveva lasciato il paese insieme al marito a causa della guerra e mi ha parlato di Hamed Kamal Haidara, in arresto dal 2013.

I Baha’i in Yemen sono attivi in particolare nel campo medico e ingegneristico e hanno svolto un ruolo importante nel costruire ponti nella capitale, Sana’a. Malgrado non abbiano fatto niente per meritarsi accuse di tradimento o per essere arrestati, le autorità hanno iniziato a perseguitarli nel 2008, mettendone in prigione quattro. Dopo il loro rilascio, molti Baha’i hanno lasciato lo Yemen, secondo Elham, moglie di Hamed che ha deciso di rendere pubblica la sua storia.

Hamed è stato in prigione per tre anni. La moglie ha deciso di rompere il silenzio e di parlare ai media: “Circa 1.000 Baha’i, se non di più, vivono in Yemen. Mio marito e io abbiamo la nazionalità yemenita. Mio suocero, Kamal, è arrivato a Socotra, nel sud dello Yemen, come dottore privato del Sultano dell’isola, Issa ibn Ali ibn Afrar, che ha deciso di ricompensarlo per la sua lealtà garantendogli la nazionalità yemenita. La famiglia si è trasferita a Socotra finché il regime comunista non è arrivato al potere in Yemen, evento che li ha spinti a partire per gli EAU”.

Nel 1990 il figlio del dott. Kamal ha deciso di tornare a lavorare in Yemen dove ha vissuto in mia compagnia fino al 2008. I Baha’i hanno iniziato ad essere accusati di essere spie israeliane perché il tempio Baha’i e la sede della Casa universale di Giustizia sono posizionate nei territori occupati, mentre la nostra presenza in Palestina risale a molti anni prima della creazione dello Stato di Israele e non possiamo essere spie perché la nostra religione ci impedisce di intraprendere attività politiche.

Elham racconta di quando, un giorno, le forze di sicurezza sono arrivate a casa sua per perquisirla senza un mandato, prendendo libri e computer. Elham ha saputo solo dopo che suo marito era stato arrestato dalla Sicurezza nazionale che però negava i fatti. Quando è andata in prigione a portargli i suoi medicinali dato che soffriva di diabete, colesterolo, pressione alta e calcoli renali, gli ufficiali hanno preso i medicinali dicendole di non sapere se suo marito fosse lì o meno. In seguito è stato trasferito nella prigione centrale dove gli è stato dato il permesso di comunicare con sua moglie e i figli.

Hamed è stato torturato in prigione e la moglie quando andava a trovarlo veniva coperta di insulti: “Mio marito è un ingegnere a Balhaf, che è notoriamente una regione disabitata. Chi o cosa dovrebbe spiare? Che prove ci sono sul suo spionaggio? Tutto quello che hanno trovato sono i nostri libri di culto religioso. Non so cosa abbia dato loro il diritto di infliggere quest’ingiustizia a mio marito e buttarlo in cella insieme ai terroristi”.

Jawad Mabrouki ha scritto un articolo per la CNN Arabic su Hamed, che ha incontrato in cella quando ha visitato lo Yemen per svolgere uno studio psicologico sul comportamento dei prigionieri per conto di un’organizzazione per i diritti umani. Mabrouki lo descrive così: “Ogni giorno notavamo un uomo che camminava con delle stampelle. Aveva la barba bianca, malgrado la sua giovane età. Era attento all’igiene, gentile, educato, riservato e comunicava  amore e bontà”. Hamed, colpevole di professare una religione che invita all’amore e alla pace.

Hind al-Eryani è una scrittrice yemenita e una speaker radiofonica. Ha portato avanti una campagna contro il qat e ora ne sta conducendo una per la pace in Yemen.

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Chiara Cartia

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