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La Siria che si riproduce e si fonde con le altre nazioni

Siria bandiera
Panoramica sulla situazione siriana dopo 8 anni di conflitto: tra delegazioni internazionali e generazioni in fuga.

Di Izzat Safi, al-Hayat, (25/06/2018).
Traduzione e Sintesi di Erika Marcheggiani.

Si scriverà un romanzo sulla guerra in Siria, scoppiata da ben otto anni e che – dicevano – sarebbe durata poco?

Come si può solo pensare a una conclusione vicina se il regime parla ancora come faceva agli inizi del conflitto, considerandolo cioè, una crisi politica passeggera e superficiale? Un esempio è una concisa dichiarazione ripetuta ormai da giorni dal regime: “Non sappiamo ancora se risolvere la questione del Sud della Siria con un accordo o con le armi”, poi avvia il processo politico, aggiungendo che se questo non darà risultato, l’unica alternativa è usare le armi.

La verità è che il regime all’interno dello scacchiere bellico siriano, non è altro che uno dei tanti fronti contrapposti: infatti, senza la Russia e il suo sofisticato arsenale bellico e le sue basi e senza gli armamenti all’avanguardia iraniani, la guerra sarebbe finita in un paio d’anni.

Il futuro della Siria è oggi appeso ai fili della comunità internazionale, ai suoi accordi. Questo grande paese, con la sua gente, i suoi luoghi, la sua storia carica di gloria, con una civiltà che è stata protagonista fino alla metà del XX secolo, è riuscito a resistere alla Nakba, alle sconfitte, ai colpi di stato e ai regimi militari imposti; ha resistito fino a oggi, momento in cui la Siria, come nazione e come stato, si sta sgretolando.

I fatti della guerra siriana hanno dimostrato che quella primavera iniziata in Tunisia, che prometteva libertà, giustizia e rinascita per riportare in auge i fasti del passato, in realtà era solo una nuvola passeggera che ha trascinato dietro di sé morte e distruzione, collasso dei regimi arabi e delle relative economie, in aggiunta a povertà, arretratezza e migrazioni di massa: ne sono esempi la stessa Siria, lo Yemen oppresso, la Palestina isolata e la Striscia di Gaza sommersa.

È l’ottavo anno che la Siria marcia verso Ginevra, dove la promessa di essere salvata resta appesa alle dispute regionali e internazionali e dove il regime presenta costantemente le clausole con cui si chiede alla delegazione della rivoluzione di rinunciare al documento contenente i diritti del popolo siriano ad avere uno stato civile e democratico, una sua costituzione, giustizia e maggiori libertà, il che permetterebbe ai siriani sparsi per il mondo di fare ritorno in patria, ormai abbandonata e in rovina. Otto anni in cui Ginevra continua a essere la porta d’accesso per le delegazioni internazionali che si muovono da una capitale all’altra, creando nuove leadership e nuovi documenti. Ed è proprio nelle sessioni sulla rivoluzione siriana che sono nati presidenti, leader, scrittori e oratori, ma che, una volta tornati a rileggere i fascicoli della Conferenza di Ginevra sulla questione, hanno scoperto lacune, piccole e grandi.

Tra Ginevra, Sochi, Astana e altre capitali sono andate in frantumi numerose opportunità e l’unico che ha cercato di contribuire con costanza, seppur senza risultati positivi, è stato il coordinatore generale dell’ONU Staffan de Mistura, il quale, in diverse occasioni, ha ribadito che si sta perdendo l’appoggio di molti paesi e che in Siria c’è bisogno di preparare il popolo ad eleggere un presidente nuovo, accanto alla promulgazione di una nuova costituzione che garantisca diritti e libertà.

Parole ripetute innumerevoli volte, in diverse lingue che svaniscono come bolle di sapone nell’aria.

Una cosa simile accadde nei primi anni ’90, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, quando le repubbliche dell’Europa Orientale si attivarono per colmare il vuoto lasciato dalla caduta del governo centrale. Sono state in grado di cogliere l’opportunità della libertà, della democratizzazione e del progresso. Nel mondo arabo tutte queste rivendicazioni sono ingannevoli e la prova è arrivata con le rivoluzioni, in cui gli slogan e le dichiarazioni dei militari differiscono da quelli della popolazione, tanto che ogni singolo presidente o primo ministro ha affidato il suo programma di riforme a una classe dirigente che si è rivelata corrotta e arrogante. Otto anni di guerra e non si profila ancora all’orizzonte una soluzione; otto anni di morte, distruzione e fuga verso altre nazioni in cerca di una nuova speranza. E i paesi ospitanti, vicini e lontani, meritano un grazie e tanta gratitudine perché accolgono milioni di rifugiati che hanno lingua, cultura e usanze diverse, cercando di integrarli nella propria società, proprio come sta facendo la Germania che prepara i figli di questa generazione di sfollati ad essere al centro della vita europea.

Izzat Safi è un giornalista e scrittore libanese.

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