Politica Zoom

La sfida maggiore è il dopo-Saleh

Di Fathi Abu al-Nasr (Al-Masdar Online – 22/01/2012). Traduzione di Carlotta Caldonazzo

La ratifica dell’iniziativa del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg) ha segnato l’inizio di una nuova epoca, ma la rivoluzione, a un anno dal suo inizio, ha ancora di fronte a sé molti ostacoli e a molte preoccupazioni. Il maggiore ostacolo ora è il tentativo dell’ex presidente Ali Abdullah Saleh e dei suoi sgherri di vanificare tutti gli sforzi del paese per scongiurare il rischio di scivolare completamente verso la disintegrazione, il caos, la violenza o la guerra aperta.

Perciò mi trovo sempre a respingere con maggior forza le aspirazioni di chi ha l’ingenua credenza e il desiderio convulso e dissennato che gli obiettivi della rivoluzione pacifica si realizzino automaticamente e rapidamente come immaginato, senza una leva politica che protegga i sogni del presente per essere innescata come si conviene nel futuro.

Inoltre l’azione rivoluzionaria pacifica era entrata un una fase di estrema complessità, con l’esplodere di conflitti armati di una portata tale che più di un focolaio ha iniziato a propagarsi. Intanto, di conseguenza, si aggrava il senso di frustrazione – contestualmente alla disperazione e all’insicurezza – e aumentano la preoccupazione e l’incertezza di un futuro vago e dai tratti ben delineati solo per chi impone la propria forza attraverso le armi.

Tuttavia la rivoluzione è riuscita a sopravvivere a questa prateria asfissiante senza dubbio grazie agli sviluppi politici. Sicuramente appaiono grandi gli elementi di differenza tra la situazione yemenita e, ad esempio, quelle tunisina ed egiziana. Infatti il caso yemenita per mesi è rimasto privo del sostegno internazionale, un fatto che ha reso il mantenimento della linea pacifica una debole speranza in mezzo a sacrifici immani destinati a compiersi senza un impatto concreto.

Parimenti vi è una differenza sostanziale tra la rivoluzione lampo e quella prolungata: la rivoluzione yemenita si è vista constretta ad aspettare gli esiti del politicamente possibile. In particolare ora si pone l’urgenza di esercitare la perspicacia e il raziocinio, in una situazione di forte tensione, entusiasmo e sfinimento, sia all’interno della rivoluzione che all’interno del paese. Dobbiamo dunque avere il coraggio e la consapevolezza esatta del fatto che siamo di fronte alla rivoluzione come memoria rinnovata e con la politica come immediatezza che consente di superare lo spazio più importante, difficile e costoso, della nostra difficile via.

Il punto è che l’eredità è gravosa e la rivoluzione di breve durata immaginata da molti yemeniti sognatori può raccogliere i suoi frutti solo nelle società sane sotto molti aspetti. Tra questi ultimi i più significativi sono la coesione dell’esercito e il patriottismo, oltre alla sedimentazione della società civile, la scarsità di problemi sociali. Invece la rivoluzione di lunga durata prevale necessariamente nei paesi deboli e degradati, laddove l’obbligo in primo luogo è che non si arrivi a gravi perdite materiali e morali.

È vero che siamo in una fase non facile, con molte possibilità di caduta, ma l’iniziativa del Ccg finirà inevitabilmente per indebolire i centri di forza di Ali Abdullah Saleh e della sua famiglia. Una famiglia malvagia di assassini e “ladri loschi” – secondo il detto popolare -, che non ha rispettato le richieste e i sacrifici del popolo e non se ne è andata, continuando a incitare alla rivoluzione con tutti i mezzi maligni e le possibili forme di cinismo. Fino a trasformare la vita degli yemeniti in tormenti umani insopportabili per tutti questi mesi, attuando campagne sempre più dure di repressione e oppressione, oltre a intaccare la quiete pubblica e i mezzi di sostentamento, come cibo, accesso all’elettricità, all’acqua e ai carburanti.

L’iniziativa del Ccg appare oggi come un passaggio obbligato, che si può utilizzare per rinnovare lo spirito della rivoluzione dopo la partenza di Saleh e per smantellare almeno esteriormente il suo regime, anche ridimensionando il peso e la considerazione del suo partito. Intanto le sfide che il popolo dovrà affrontare sono di portata tale che tendono naturalmente ad aumentare a ogni svolta. Nel cammino della nostra rivoluzione pacifica, resta inutile dire che Saleh e i suoi sgherri hanno messo i nostri sogni nazionali in una posizione estremamente difficile. Dal momento che la nostra rivoluzione benedetta dura da un anno intero, va avanti giorno dopo giorno. Forse va anche oltre, a livello morale e nazionale, fino a meritare l’avvento di una condizione ideale per unire il popolo sul terreno del grande progetto nazionale.

Di conseguenza sarà il dopo-Saleh la sfida maggiore, soprattutto con l’emergere di svariati microprogetti. Similmente si manifesta il timore che la rivoluzione trovi il suo enorme effetto e assuma una dimensione settaria. Un timore alimentato con insistenza dal regime, responsabile inoltre di vendette omicide, che ancora sono come un dovere incrollabile nel quale ripiegano gli sgherri del regime quando si sentono maggiormente a rischio di estinzione e annientamento. Fino ad arrivare al crollo della struttura statale, già fragile all’origine a causa del dilagare della logica della guerra aperta del tutti contro tutti, che sarebbe stato estremamente utile sforzarsi di scongiurare. Tuttavia tutti questi pericoli insieme finiranno per approdare ineluttabilmente, a causa del regime familiare, a vicoli ciechi, sulla base del fatto che la pazienza, il coraggio e la determinazione siano i valori strategici dei rivoluzionari yemeniti, che con essi hanno sorpreso il mondo, conquistando la fiducia in se stessi per un domani migliore.

È appurato infine che il regime di Saleh non è stato in crado di controllare né le regioni settentrionali estreme, dove si trovano i ribelli sciiti armati Houthis, né le zone occidentale e meridionale, focolai di al-qaeda e dove si deve tener conto dell’aspirazione all’indipendenza di alcune correnti del Movimento per il Sud, con i rischi che ne conseguono. Ciò significa che tutte queste eredità passeranno al governo di unità nazionale, che potrà svolgere efficacemente i propri incarichi solo dopo il 21 febbraio, quando verrà nominato un nuovo presidente. Allora la capacità di azione dipenderà da cambiamenti radicali tra i centri di forza e le loro relazioni con la famiglia, a favore del cambiamento. Allo stesso modo c’è un qualche segnale del fatto che dopo questa data il vincolo familiare si avvierà a schioccare le dita per poi uscire di scena.


Carlotta Caldonazzo

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