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La rivoluzione petrolifera ebbe inizio a Madrid

OPEPdi Fernando Gualdoni (El Pais 06/03/2013). Traduzione di Claudia Avolio.

Hugo Chávez ha sempre saputo che l’esito della sua rivoluzione dipendeva dai prezzi del petrolio. Tant’è vero che due mesi prima di assumere il potere nel febbraio del 1999, il venezuelano promosse a Madrid il summit che cambiò per sempre il mercato energetico mondiale. Nella residenza dell’ambasciatore messicano nella capitale spagnola – in forma quasi segreta – si riunirono l’onnipotente ministro del Petrolio dell’Arabia Saudita, Ali al-Naimi, e l’uomo che aveva designato Chávez perché fosse suo ministro dell’Energia, Ali Rodríguez. C’erano anche Erwin Arrieta, titolare del portafogli energetico uscente, e Luis Téllez, allora ministro dell’Energia in Messico, che fece da mediatore. Lì, in quella casa di via de Pinar, si sigillò la politica petrolifera che avrebbe portato il prezzio di un barile di greggio da 10 dollari a toccare i 150.

L’Arabia Saudita e il Venezuela, due dei fondatori dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEP) negli anni ’60, si misero d’accordo in modo tanto semplice quanto efficace: gestire l’offerta di greggio per controllare il prezzo. L’OPEP, cartello petrolifero che controlla più del 40 percento della produzione mondiale di greggio e il 75 percento delle riserve, aveva un sistema di quote di estrazione per ogni membro (alla fine del 1998 erano 11 membri a pieno titolo) che tutti ignoravano. Quello che venezuelani e sauditi decisero a Madrid fu semplicemente di applicare rigorosamente le regole di produzione e impegnarsi a rispettare gli accordi futuri. Nell’aprile del 1999, nella prima riunione dell’OPEP presso la sua sede di Vienna con Chávez già al potere, il cartello concordò un calo di produzione da cui scaturì la corsa del prezzo del barile. Per la fine di quell’anno, la quotazione supera la barriera dei 30 dollari per la prima volta dalla terza crisi del petrolio del 1986.

Nel 2000, a Caracas, Chávez fu l’anfitrione di un summit di capi di Stato dell’OPEP. Era la seconda riunione di questo tipo dell’organizzazione in 40 anni, esisteva solo il precedente dell’incontro di Algeri nel 1975. I conflitti e confronti tra i membri del cartello del Medio Oriente (Arabia Saudita, Iran, Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Qatar) mantenevano bloccata l’OPEP. L’organizzazione era andata perdendo forza ed era praticamente marginale per il mondo petrolifero. Il patto tra Caracas e Riad e i buoni rapporti che a sua volta coltivò Chávez con l’Iran rafforzarono il cartello. Il controllo sulla produzione per influire sui prezzi, unito alla forte domanda della Cina e delle altre potenze emergenti, ha mantenuto la quotazione del greggio sopra ai 100 dollari in modo quasi ininterrotto dal 2008.

“È finita l’era del petrolio a basso prezzo,” diceva nel 2003 l’attuale ministro dell’Energia e presidente della petroliera statale PDVSA, Rafael Ramírez. Per quest’uomo forte del regime Chávez ebbe sempre chiaro che i Paesi che producono energia e quelli che la consumano dovevano compiere sforzi simili per raggiungere prezzi giusti che permettessero lo sviluppo equo. Il chavismo sostiene che il mondo sviluppato ha sempre fatto l’impossibile per approvvigionarsi di greggio a basso prezzo a scapito del benessere degli Stati produttori. Questa visione è ciò che è stata dietro le nazionalizzazioni petrolifere in Venezuela, i sogni di integrazione regionale come l’oleodotto delle Americhe (dall’Orinoco al rio de La Plata) e l’offensiva chavista nell’OPEP. La maggior parte degli analisti citati da diverse agenzie e da bollettini specializzati nel settore energetico credono che il mercato petrolifero non cambierà drasticamente a breve termine dopo la morte del dirigente venezuelano.

Ciononostante, a lungo termine, se i successori di Chávez non riescono a consolidare il potere, è probabile che si diano due scenari, uno interno e uno esterno. In primo luogo, è probabile che il Venezuela torni ad aprire il suo settore petrolifero agli investimenti esteri, per compensare la caduta nella produzione che soffre dal 2004 (la nazione produce meno di due milioni di barili al giorno e ha un potenziale per più di sei milioni). In secondo luogo, una maggior debolezza della posizione esterna venezuelana, unita all’isolamento dell’Iran, lascerebbe l’OPEP in mano ai grandi produttori del golfo Persico, alleati politici e militari degli Stati Uniti e più proclivi a politiche energetiche meno belligeranti verso l’occidente.

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Claudia Avolio

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